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Pinocchio, il Gatto e la Volpe… e pure Mangiafuoco

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Quando ero piccolo mi raccontarono la favola di Pinocchio. Un classico, quello di Carlo Collodi, che ha riempito le giornate di molti bambini affascinati dalle avventure che pupazzo di legno viveva insieme a Lucignolo, Geppetto, la fata Turchina e i due strani personaggi, il Gatto e la Volpe, interpretati nel film dai comici Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Nonostante comprendessi le allegorie del racconto, un fatto non riuscivo a capire: ma come aveva fatto Pinocchio a credere che seminando gli zecchini d’oro questi sarebbero germogliati per dare un intero albero di monete? Non riuscivo a comprenderlo perché quando dalle mani mi cadeva una moneta, mio nonno era solito prendermi in giro dicendomi che “Anche se li semini non cresce nulla”. Lo sapevo io, come poteva non saperlo Pinocchio? Forse sragionava a causa della sua testa di legno, forse la testa l’aveva ma era troppo ingenuo per capire che i due mariuoli lo stavano fregando alla grande.

Solo più tardi compresi meglio la figura di Mangiafuoco che sfrutta il burattino nel suo spettacolo per guadagnarci. Mangiafuoco è una figura ambivalente che incarna la dualità dell’essere umano: a volte buono (è lui che dà a Pinocchio gli zecchini da consegnare al disperato Geppetto), a volte tremendo e cattivo (quando Pinocchio non gli sarà più utile tenterà di annientarlo buttandolo nel fuoco).

Mangiafuoco è quello che oggi definiremo uno showman che usa gli altri come marionette per un tornaconto personale. Mentre il Gatto e la Volpe infilano le mani in tasca, lui versa nelle orecchie parole di miele e gli zecchini glieli dai spontaneamente. Un po’ come chi oggi riempie i palazzetti dello sport proponendo soluzioni facili a problemi complessi. Mangiafuoco fa leva sui bisogni personali, come hanno fatto e fanno gli imbonitori di ogni genere: c’era chi nel Medioevo vendeva reliquie, tante che, per dirla con le parole di Eco ne “Il nome della Rosa” (il libro, non il film), se tutti i pezzi della croce di nostro Signore che circolano su questa terra fossero veri, allora Gesù fu inchiodato ad una foresta e non a due pali di legno (cit. più o meno); ci furono venditori di pozioni magiche e unguenti miracolosi a base di sangue di serpente o ammennicoli vari, che una volta scoperta la truffa finivano incatramati e cosparsi di piume di gallina, almeno così ce l’hanno venduta nei film western; c’è stato chi, recentemente, vendeva sale contro il malocchio e la sfortuna e sappiamo tutti com’è finito . Recentemente (purtroppo parliamo di qualche anno) si è aperta la stagione dei Fuffa Coach, pseudo Guru e Psicocosi che senza vendere reliquie, pozioni o sale fanno quello che facevano i loro predecessori: vendono il metodo, la certezza di avere immediatamente una vita diversa, migliore, protetta, serena, di strangolare i tuoi problemi …ho sentito pure questo e mi sanguinano ancora le orecchie.

Il Fuffa Coach, pseudo Guru e Psicocoso lo riconosci subito. Abbandonate le camminate sui carboni ardenti e il lancio con il paracadute, ma solo perché non vanno più di moda, per vincere la paura che è in te usa parole come “crescita personale” o “l’energia che hai dentro” o “sii leader di te stesso” e ancora “la psicologia è una cosa vecchia”.

Il Fuffa Coach, pseudo Guru e Psicocoso ha un atteggiamento di odio e ribrezzo verso tutto quello che è scientificamente provato e che lui non conosce, che non domina e che per questo motivo lo sconfessa immediatamente. Il Fuffa Coach, pseudo Guru e Psicocoso argomenta le sue posizioni con “Non c’è bisogno di leggere un testo di psicologia per sapere che ormai sono teorie vecchie e non funzionano” che tradotto significa: parlo di cose che non conosco (e non mi pare una gran bella figura). E poi mica serve studiare? Lui ha fatto la scuola della vita e l’università della strada… e ne sa… eccome se ne sa!

Il Fuffa Coach, pseudo Guru e Psicocoso abusa della parola coach e coaching abbinandole a qualunque cosa: mental coach, motivational coach, pastallamatriciana coach. Navigando in rete ho scoperto che c’è perfino un After Life Coach… vedi mai che dopo morto non sai come comportarti e ti serve un corso motivazionale per Zombie… mah… Tutti vendono certezze, tutti promuovono la crescita personale, tutti fanno corsi per diventare laqualunque coach, tutti ti dicono che dopo sarai una persona migliore. Tutti riempiono palazzetti dello sport con centinaia di persone. Tutti cantano insieme canzoncine idiote per ore e fanno balli di gruppo. Tutti raccontano la loro storia di vita fatta di dolore e privazioni e di come ce l’hanno fatta. Tutti ti danno la possibilità di raccontare al pubblico la tua penosa storia e la redenzione post corso motivazionale del tipo “Salve sono Tizio e…” e poi si abbracciano teneramente per sostenersi l’un l’altro… che sia un caso che si faccia anche alle sedute degli alcolisti anonimi?

Se pensi che si chiami empatia sbagli di grosso, si chiama rapport ed è una tecnica che si usa nella PNL come strumento di manipolazione della comunicazione. Nella fattispecie funziona così:

  • ti racconto la mia storia penosa che è uguale alla tua;
  • creo una relazione con te perché ti capisco;
  • siamo uguali e se ce l’ho fatta io puoi farcela anche tu basta che segui (compri) il mio metodo;

…e il giochino è fatto. Peccato che quel metodo di sostegno ha un’efficacia che scade più velocemente dello yogurt e quindi avrai ancora bisogno del Fuffa Coach, pseudo Guru e Psicocoso che ti venderà un’altra dose di finte certezze, poi un’altra e un’altra ancora, in un infinito loop che non porta a nulla.

Tutti spacciano felicità e la promessa di essere più fico di prima. Beh, non tutti perché bisogna dirlo, come accade in ogni professione che si rispetti, e quella del coach (serio, onesto e preparato) per me è rispettabile tanto quanto le altre, ci sono sia gli imbonitori sia i validi professionisti. C’è chi spaccia risposte semplici a problemi complessi e chi invece, senza invadere il campo professionale altrui, ha una deontologia e una morale e lavora davvero per risolvere le criticità che gli presenti.

La questione è questa, che tu sia un’azienda o una persona fisica, diffida sempre da chi ti propone risposte o progetti standard e garantisce risultati eccellenti in poco tempo. Il cambiamento è sempre lento e la standardizzazione lasciamola alla catena di montaggio non al lavoro con le persone.

Che sia chiaro, non ce l’ho con i coach, io stesso ho fatto un corso per migliorare il mio bagaglio di psicologo del lavoro. Mi sono documentato per bene e per anni, e alla fine mi sono rivolto ad una scuola con tanto di riconoscimenti internazionali. Ho letto i CV dei docenti e soprattutto il codice deontologico, ho parlato con ex allievi e con le aziende che avevano usufruito dei loro servizi. Una volta (quasi) convinto ho chiesto di fare una lezione di prova con la promessa, a me stesso e alla scuola, che se avessi sentito parlare anche solo lontanamente di “diventa leader di te stesso” di me non avrebbero più sentito parlare. E’ andata bene e oggi posso dire che gli strumenti che ho ricevuto sono un valido compendio alla professionalità che posso esprimere.

Non posso dire di essere un coach, so però dire di aver acquisito strumenti che in alcune occasioni mi sono serviti per dare una mano e risolvere alcune criticità. Il coaching non è la risposta a tutti i mali del mondo ma è una strategia che in alcuni casi può aiutare, in altri c’è bisogno di un intervento diverso, in altri ancora di un professionista diverso. Nel lavoro come nella vita ci vuole equilibrio, chi vede un’unica risposta alle tante domande del mondo è come la trottola che gira su un unico punto, terminato l’effetto giroscopico cade rovinosamente. Vuoi veramente fare la fine della trottola?

A proposito, a Natale esce il nuovo film di Pinocchio per la regia di Matteo Garrone con Benigni nel ruolo di Geppetto. Andrò certamente a vederlo per ricordarmi di non credere mai al Gatto e alla Volpe, né tantomeno a Mangiafuoco.

Piero Vigutto

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