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Change management: Italia – Svezia. Cosa abbiamo imparato

Questo è un blog che parla di risorse umane, aziende, change management, strategic human resource management… e allora perché voglio parlare dell’ultima partita della nazionale? Perché una sconfitta come quella può insegnare molte cose. Credetemi, scrivo questo articolo da NON tifoso. Sono uno che se sente parlare di calcio pensa subito all’elemento chimico (Ca) e stare davanti al televisore a guardare 22 persone che corrono dietro ad un pallone l’ho sempre ritenuta una gran perdita di tempo.  Le volte che mi hanno costretto ad andare dello stadio ho apprezzato molto di più i panini salsiccia, peperoni e cipolla che fanno nei baracchini che stanno nel parcheggio (ho l’acquolina in bocca solo se ci penso). Sì lo so. Sono un maschio italiano anomalo. Però ho da dire lo stesso due cose sulla partita della nazionale (che non ho visto).

Non ho visto giocare la nazionale ma ci scrivo qualcosa, sembra paradossale e invece non lo è. Il mondo è pieno di metafore e quella calcistica in Italia è parecchio efficace. Il mondiale è andato, nel 2018 lo vedremo giocare da altri Paesi e perché? Beh… il perché non lo so. Non ho idea di quale sia stato l’intoppo, non conosco nessuna regola del calcio giocato, non commento mai il fuorigioco perché non ho idea di cosa sia, non conosco a memoria i nomi dei giocatori né quello degli allenatori e non ho una squadra preferita. Eppure una considerazione la faccio: l’incontro è finito ma i riflettori sono ancora accesi e puntano dalla parte sbagliata.

Dicevo, in questo blog si parla di aziende allora perché scrivo di calcio? Perché io non sto scrivendo di calcio. Sto scrivendo di persone che fuori dallo stadio fanno lo stesso errore: parlano di altre persone. Mi sono sempre stupito di come dopo ogni partita persa siano tutti allenatori della nazionale, avrebbero saputo fare di meglio in questo e in quello, offrono i loro suggerimenti, strategie e accusano. Anche questa volta non ci sono state eccezioni. La partita di qualificazione è stata un’occasione persa e tutti cercano il capro espiatorio. Danno la colpa all’allenatore, ovviamente, alla sua strategia durante l’ultima partita, alla formazione che ha scelto senza considerare che quello della settimana scorsa è stato solamente l’ultimo atto di una catena di eventi che ha portato al fallimento.

A posteriori sono tutti capaci, sono tutti bravi, tutti sanno tutto. La stessa cosa succede in azienda quando qualcosa non è andato a buon fine. Piovono suggerimenti ma soprattutto accuse e si incolpa unicamente chi ha gestito il progetto senza chiedersi:

  • La squadra così com’era formata era davvero capace di raggiungere gli obiettivi? Si fa un gran parlare di team e poi del fallimento si accusa solo l’allenatore o il team leader  dimenticandoci che senza squadra, senza l’aiuto di ognuno, non si va da nessuna parte. Hanno davvero fatto tutto quello che potevano giocando al meglio delle loro possibilità? Nella partita Italia-Svezia non lo so, non l’ho vista. Dovete dirmelo voi;
  • Chi gli ha dato l’incarico? Anche chi assegna i ruoli principali ha le proprie responsabilità. Chi incarica l’allenatore, o il capo progetto, spesso è il primo a sfuggire alle accuse diventando esso stesso l’accusatore. Chi l’ha nominato ha invece una grande responsabilità per quello che è accaduto e se la rifugge scaricando il barile addosso all’uomo sotto il riflettore dovrebbe essere doppiamente punito. Facile distribuire pacche sulle spalle quando si vince, è nella sconfitta che si vede la signorilità e lo spessore morale di una persona. Se non erro il buon Tavecchio è stato costretto alle dimissioni lanciando a sua volta accuse. Ripeto, costretto. Il vero leader morale se ne sarebbe andato chiedendo scusa;
  • Ci sono state azioni precedenti che hanno reso difficoltoso il raggiungimento degli step intermedi? Sono state eliminate prima di procedere al livello successivo? Queste sono domande che vanno sempre poste ma non alla fine, vanno poste in ogni momento del processo produttivo. Non c’è mai solo l’obiettivo finale e ci sono sempre step intermedi. Fermarsi e a riflettere su ciò che ha impedito il raggiungimento degli obiettivi di breve e medio periodo è indispensabile. Sto parlando del classico PDCA (Plan, Do, Check, Act) e della gestione snella. Senza l’applicazione di questi strumenti non si va da nessuna parte, anzi, si va verso la sconfitta, i riflettori, le accuse reciproche, eccetera. Ma poi cosa cambia? Nulla;

L’errore più grande di tutti, sul campo come in azienda, sapete qual è? Accusare la persona invece di cercare nel processo la fonte dell’errore. Ci hanno inculcato nella testa che l’unico scopo è vincere ad ogni costo che non c’è più spazio per l’errore. Siamo arrivati al punto che sbagliare è il male peggiore con l’unico risultato che nessuno, o in pochi, vogliono prendersi la responsabilità di proporre qualcosa di nuovo o di diverso. La proattività è stata soffocata dal dito accusatore e dalla paura di sbagliare. L’errore è ciò che ci rende umani, il desiderio di eliminarlo e di fare meglio ci rende uomini. Crocifiggere in sala mensa l’impiegato, il team leader, il capo progetto non serve a nulla se non a rimuovere ogni briciola di propositività in lui e negli altri che lo seguiranno.

Morale: Se il risultato non è quello che ci attendevamo cerchiamo l’errore nel processo prima di puntare il dito sulle persone.

Il resto sono solo chiacchiere da bar.

Piero Vigutto

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