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Sindrome dell’impostore

Il collega bravo compare come un turbine in ufficio: telefono in mano, cliente soddisfatto e pure il fornitore, colleghi che fanno la fila per lavorare con lui, superiori elogianti eppure… mai contento. Lui è l’impostore o meglio ha la sindrome dell’impostore.

La sindrome dell’Impostore corre in azienda, si insinua tra i meandri delle menti attribuendo valore e premi a chi li merita ma che non si sente meritevole. Un effetto domino che porta alla mortificazione di se stessi e che colpisce, paradossalmente, proprio chi ha dimostrato più e più volte di meritarsi il plauso e la stima di tutti.

Il nostro Impostore è quindi un perenne insoddisfatto che si aggira alla ricerca di obiettivi da raggiungere perché non ritiene di esser degno di lode e come tale si aggira tra i colleghi che approvano sempre le sue azioni che egli tende a deprecare o a sminuire. A chi non lo conosce potrebbe sembrare un falso modesto. Infatti la definizione di Impostore è proprio: persona che si avvantaggia con l’abituale ricorso alla falsità e alla menzogna. Dante nell’Inferno, al canto XXX, prevede che la pena dei bugiardi (falsi di parola) sia di subire “fortissime febbri, che gli fanno fumare il vapore attorno come man bagnate d’inverno” (comminata alla moglie di Putifarre e Sinone – vv. 91-99). Ma il nostro Impostore non è da condannare, anzi, è da comprendere. Egli è inconsapevolmente vittima di se stesso.

L’Impostore infatti sminuisce il proprio operato perché non si sente minimamente all’altezza di quello che fa pur facendo tutto bene. Una vera e propria tragedia quella che vive l’Impostore che si sente tale proprio perché non crede di esser degno dell’altrui approvazione e vive in costante paura di essere scoperto. Il termine coniato dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes nel 1978 descrive una condizione psicologica diffusa paradossalmente fra le persone di successo, caratterizzata “dall’incapacità di interiorizzare i propri successi e dal terrore persistente di essere esposti in quanto “impostori”.

Egli in realtà ha paura di essere scoperto e messo alla berlina tacciato di falsità e soffre per questa sua condizione di precario equilibrio nella vita sociale e lavorativa convinte di non meritare il successo ottenuto. Questo atteggiamento sembra essere diffuso più tra le donne che tra gli uomini. La persistenza e l’influenza di questa sindrome è talmente importante da essere definita chiaramente all’interno del DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali). Essa è a tutti gli effetti una distorsione cognitiva che non si risolve neppure di fronte alle evidenze. La sindrome dell’impostore può essere considerata come l’altra faccia dell’effetto Dunning-Kruger dove, invece, i meno esperti tendono a sopravvalutare le proprie capacità.

Come giustamente fa notare Francesca Ungaro nel suo blog, ad amplificare questo tipo di atteggiamento contribuisce anche il web e soprattutto i social che mettono di fronte ad una platea infinita queste persone ipercritiche verso se stesse e quindi tendenti al perfezionismo. Francesca Ungaro infatti scrive che sul web “…spesso e volentieri conta arrivare primi, primi a dare una notizia sul proprio blog, primi a porre interrogativi significativi, primi a scrivere status capaci di essere riempiti di like ed emoticons per la sagacia e la lucidità propria di chi scrive in rete, ecco che il Web si rende di fatto un ambiente di lavoro particolarmente soggetto a tale sindrome”.

Se quindi avete in ufficio o tra i vostri colleghi una persona che manifesta questo tipo di atteggiamenti ora sapete da dove deriva questa sua fame di perfezionismo e il suo essere perennemente insoddisfatto.

Piero Vigutto

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