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Ti offro un lavoro …in cambio di qualcosa

Lavoro in cambio di qualcosa, di qualunque cosa, tanto che la notissima Carpisa pubblica sul suo sito ufficiale l’annuncio che vedete come immagine qui sotto (cito parafrasando): vuoi partecipare ad uno stage messo nella nostra azienda? Per partecipare al concorso devi conservare lo scontrino con cui hai comprato una borsa da donna della collezione 2017-2018. Quando ho letto il post di denuncia di Alessandro Belli su Linkedin, sono quasi caduto dalla sedia. Non potevo assolutamente credere che un’azienda così nota utilizzasse mezzucci tanto spiacevoli per attrarre candidati.

Un errore in buona fede? Di certo è un errore di certo dettato dall’ignoranza che si abbatte come una scure sul notissimo brand balzato agli onori delle cronache per questa gaffe e rimbalzato poi sui social network primo tra tutti Linkedin. Forse chi ha avuto l’ideona non ha mai sentito parlare di brand image o employer branding. Con brand image si intende l’immagine che l’azienda riflette nei consumatori, mentre con employer branding si riferisce all’attività di promozione dell’azienda, rappresentata dal suo marchio, come luogo di lavoro. In entrambi i casi l’azienda ne è uscita malconcia. Posso solamente immaginare la lavata di capo che ha ricevuto il responsabile di questa trovata.

Ma Carpisa non è l’unico marchio che è inciampato nell’incompetenza di chi ha avuto la bella pensata, già altri in passato hanno compiuto l’errore di chiedere qualcosa in cambio. La rete è piena di esempi

“Versamento di una somma anche simbolica per essere iscritti in una banca dati; versamento anticipato di cinquanta euro per iscriversi ad una cooperativa di lavoro; acquisto anticipato del materiale necessario per poter lavorare da casa propria; quota di partecipazione ad un corso che garantisce l’accesso ad un posto di lavoro: nessun corso potrà mai garantirlo; quota di iscrizione per poter partecipare a casting o concorsi nel mondo dello spettacolo…” dice un giornalista di La Repubblica degli Stagisti in un articolo del 2010.

Passano gli anni ma gli errori si ripetono, tanto che spesso si fa fatica a crederli tali.

Osvaldo DanziInfatti non molto tempo fa Osvaldo Danzi, esperto di social media e recruitment, a questo fenomeno aveva dedicato una serie di post su Linkedin e in un suo recente articolo su Wired che vi invito a leggere, ha evidenziato come alcune società assicurano un posto di lavoro previa frequentazione di un master o in cambio di progetti di marketing completi da consegnare alla direzione risorse umane affinché possa valutare preventivamente le capacità del candidato.

Lavoro in cambio di qualcosa in questo Paese non si può fare. In realtà non si dovrebbe perché la lista degli escamotage dei “professionisti del lavoro in cambio di qualcosa” pare sia lunghissima, tra le tante, una delle più subdole, riguarda i servizi telefonici a pagamento collegati con l’annuncio di lavoro: per ricevere maggiori informazioni sulla mansione il candidato deve chiamare un numero di rete fissa, nel farlo non si accorge che la chiamata viene dirottata verso numeri a pagamento trovandosi così senza lavoro e con il portafogli più leggero.

Il lavoro in cambio di qualcosa, oltre ad essere vietato, diventa un modo per umiliare chi il lavoro non ce l’ha e lo sta cercando seriamente, una truffa che si radica nel bisogno vero delle persone, giovani e meno giovani, che in tempo di crisi farebbero di tutto per avere l’occasione di dimostrare quanto valgono e che magari hanno sostenuto precedenti colloqui durante i quali il futuro datore di lavoro ha fatto pure domande strambe ma utili e altre che non avrebbe dovuto fare.

Se il panorama è questo, non c’è da meravigliarsi se l’esercito degli sfiduciati si ingrossa.

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