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Di Formazione, se ne fa un gran parlare in tutte le salse. Ma se per te che leggi questa parola non si riferisce affatto alla squadra di Fantacalcio, allora saprai di certo che l’Unione Europea mette in campo miliardi di euro per il life long learning e che le imprese hanno a disposizione centinaia di milioni dai fondi interprofessionali. Come se non bastasse si aggiungono fondi regionali, sovvenzioni, incentivi, Horizon 2020 e chi più ne ha più ne metta. Soldi a palate, a quanto pare con l’intento di migliorare il bagaglio culturale dell’italiano medio, quello tecnico del dipendente e in generale quello delle soft skill o competenze trasversali. Perché, a quanto pare, sono quelle le competenze maggiormente richieste dalle aziende nei prossimi anni (e pure ora).

Ed è qua che casca l’asino, perché nonostante il world economic forum abbia decretato che le 10 competenze maggiormente richieste dalle imprese siano tutte trasversali, ci si ostina a dirottare i capitali in ben altre direzioni. Formarsi per il prossimo futuro, o per aggredire il mercato, o per far decollare nuovamente l’impresa, sono i mantra che vengono recitati continuamente ma non significa che si debba unicamente puntare sulle competenze tecniche. Si badi bene che non voglio remare contro la formazione tecnica, ci mancherebbe, serve anche quella, ma a quanto pare non basta.

C’è chi addirittura le chiama life skills, competenze della vita, perché senza di esse non puoi vivere in una società. Una definizione che trovo interessante e veritiera, chi riuscirebbe a vivere insieme ad altri esseri umani senza comunicare, comprendere, gestire o far parte di un gruppo, risolvere problemi… sono così essenziali che secondo alcune imprese è proprio grazie alle competenze trasversali che un candidato è capace di differenziarsi in fase di colloquio, a parità di competenze tecniche, si intende.

Facciamo un’ipotesi: al termine di una serie di colloqui di selezione, avete nella vostra rosa finale tre candidati. Il candidato A ha maturato notevole esperienza ma non possiede le competenze traversali necessarie; il candidato B è un under 29, ha minor esperienza perché è giovane e sapete che non si inserirà molto bene nel team di lavoro; il candidato C non ha proprio la preparazione necessaria ma ha grandi competenze relazionali. Chi assumereste? A questa domanda molti mi hanno risposto: “Quello giovane così prendo gli incentivi per l’apprendistato”. Personalmente non la  trovo una risposta da imprenditore perché chi imprende guarda avanti, al futuro e sa che le competenze tecniche possono essere insegnate in un tempo inferiore a quello necessario ad una persona ad acquisire competenze relazionali. Sa anche che la propria azienda è quindi che il candidato C, pur non avendo dalla sua tutta la conoscenza tecnica necessaria, saprà inserirsi immediatamente e in maniera ottimale, senza sconvolgere gli equilibri interni, portando invece un ulteriore contributo.

Una volta, parlando con l’AD di un’azienda, mi disse: “Non mi interessa che abbiano conseguito il titolo con il massimo dei voti o che abbiano anni di esperienza, mi interessa che sappiano lavorare con gli altri e che abbiano l’intelligenza per risolvere i piccoli casini che ci sono ogni giorno in azienda. Perché lavorare è questo, saper risolvere i piccoli problemi di ogni giorno. Il resto glielo insegniamo noi”

Una frase che mi è sempre rimasta in mente e che mi fa spesso pensare al valore della formazione, tutta la formazione.

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