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L’Effetto Alone nella selezione

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L’effetto alone nella selezione del personale. Uno degli effetti più pericolosi e più studiati del colloquio di selezione

La selezione del personale, uno dei processi più difficili e sottovalutati

La selezione del personale, uno dei processi più difficili e sottovalutati

A quel tempo ero HR consultant responsabile della parte selezione e reclutamento per un noto gruppo di Milano. Mi capitò una ricerca commissionata da un gruppo operante nel settore chimico che cercava un responsabile di impianto, laureato in chimica o ingegneria chimica, con comprovata esperienza nel settore e in mansioni simili. Dopo i colloqui preliminari selezionai una rosa di candidati che avevano le caratteristiche della job description e li presentai, uno alla volta, al sessantenne Amministratore Delegato. I primi candidati sostennero un colloquio gradevole, intervallato da convenevoli e qualche battuta, di non più di quaranta o quarantacinque minuti a cui erano seguiti complimenti dell’AD per le esperienze fatte e grandi strette di mano. Non fu così per l’ultimo ingegnere chimico. Appena entrati nell’ufficio, l’AD si prese qualche secondo per squadrare dall’alto in basso il candidato, prima di invitarlo ad accomodarsi. La cosa non prometteva bene,tutto il suo linguaggio non verbale mostrava disappunto. Seguì un interrogatorio serrato di un’ora e un quarto su scolarizzazione, corsi post laurea, esperienze di lavoro, ruoli ricoperti e tutto quello che poteva essere argomento di discussione durante un colloquio di lavoro a cui il quarantenne candidato rispose dimostrando sempre di essere brillante e sicuro. Al termine l’attempato dirigente concluse dicendo:

«Bene, per me può bastare, ma…» e guardando l’ingegnere disse «c’è un solo problema»

«Mi dica» rispose il candidato

«Dovrebbe tagliarsi i capelli»

«Allora» rispose l’altro tendendogli la mano «è un problema tutto suo. Arrivederci» e se ne andò imboccando la porta.

Questo comportamento mi fece molto adirare, non comprendevo come mai, dopo aver sostenuto un colloquio in modo così puntuale e preciso, l’ingegnere avesse potuto rovinare una così bella occasione. La risposta me la diedi quando venni contattato dall’AD in persona qualche giorno dopo, per comunicarmi che voleva assumere quel giovane tanto preparato che, nonostante la coda di cavallo, gli aveva dimostrato di avere carattere a tenergli testa diversamente dagli altri candidati.

La forza di quel dirigente è stata quella di riconoscere le potenzialità del candidato e di andare al di là di una semplice valutazione superficiale. Non crediate che questo accada molto spesso. Come mi diceva il mio primo datore di lavoro «Molti pensano di fare selezione del personale e di assumere in azienda solo i migliori, in realtà si lasciano abbagliare dall’effetto alone, dalla prima impressione, la cosa peggiore, per loro, è che non riconosceranno mai di aver fatto un errore».

Il mio datore di lavoro non si sbagliava, ma la motivazione di tale errato giudizio non risiede in qualche strana forma di masochismo economico, ma in un fenomeno cerebrale molto conosciuto e studiato: l’effetto alone[1].

Effetto alone è un’interessante effetto che coinvolgono le capacità di giudizio degli essere umani.

Il suo effetto è molto potente e inficia profondamente la capacità di giudizio degli essere umani che valutano tutto quello che vedono in maniera diretta inconsapevole ed inconscia.

L’effetto alone È facilmente spiegabile con un esempio: immaginiamo la scena. Un bambino entra scuola biondo piccolino occhi azzurri, il tipico viso da angioletto. La maestra, colpita del suo aspetto, assocerà alla sua immagine quella dell’angioletto. In questi primi trenta secondi l’effetto alone si è creato. Qualunque cosa farà nel prossimo futuro quel bambino verrà sempre valutato come un angioletto. Non importa se quel bambino darà fuoco all’aula, il suo comportamento verrà comunque giustificato. L’effetto alone stato creato in maniera positiva e il bambino beneficerà continuamente di questa valutazione.

Immaginiamo un’altra situazione: un bambino entra in aula stessa statura di quello precedente solo che ai capelli scuri la carnagione scura e una andatura più dimessa. La maestra pensa: questo bambino mi darà sicuramente dei problemi ecco che l’effetto alone è stato creato ma questa volta in negativo. Non importa se il bambino sarà calmo tranquillo o irrequieto, il giudizio della maestra sarà sempre influenzato dal effetto alone negativo.

Ora voglio spezzare una lancia a favore delle maestre. Non sono solo loro ad essere influenzate negativamente da questo processo mentale, esso pervade permea ogni aspetto della nostra vita. Può capitare al lavoro con un collega nuovo, può capitare per strada può capitare in qualunque momento. È talmente potente che influenza le nostre capacità di giudizio senza che noi ci accorgiamo.

Ora la vostra domanda sarà come possiamo evitare l’effetto alone? Ebbene basta riflettere un attimo. Basta non soffermarci sul primo giudizio, sulla prima valutazione. Cerchiamo di approfondire di andare oltre e di capire a chi sta dietro il vestito. Non dimentichiamoci che molto spesso l’abito non fa assolutamente il monaco.

Se hai domande da porci scrivici

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[1] Thorndike, E.L. (1920). A constant error on psychological rating. Journal of Applied Psychology, IV, 25-29

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