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Formazione, anche questa dovrebbe essere inserita nella parole abusate del terzo millennio perché di formazione si parla spesso ma a sproposito e, ancor più spesso, viene dipinta come un obbligo a cui si deve assolvere a pena di fustigazione da parte dell’organismo certificatore. Una sorta dell’antesignano “pezzo di carta” che tutte le mamme speravano che tu conseguissi anche con il minimo dei voti perché averlo era meglio.

Meglio di cosa? Mi viene da chiedere, perché quando si tratta di formazione non è meglio avere il pezzo di carta che non averlo. Meglio sarebbe considerare la formazione per quello che è ovvero lo strumento che ci viene offerto per far fronte alle insidie quotidiane, si trattino esse del bugiardino dei farmaci che se sbagli di prendere rischi la vita, oppure del contratto che firmi per lavorare oppure anche, più banalmente, per comprendere il mondo che ti circonda perché “più sai e meno ti fregano”, diceva mio nonno. Ancora troppo spesso leggo dichiarazioni di titolari d’impresa o rappresentanti di organizzazioni datoriali che chiedono a gran voce più scuole tecniche perché, si sa, la formazione umanistica non serve proprio a nulla. Peccato che sia proprio il mondo del lavoro di cui dovrebbero avere il polso a smentirli categoricamente.

Oggi lo sanno pure le pietre che il mondo del lavoro è in continuo mutamento, soprattutto quello economico e proprio per questo verrebbe da pensare che maggiore è il contenuto tecnico della formazione che ricevi migliore sarà la risposta che potrai dare al mercato. Vero, ma in parte perché il mercato va in primis capito e per capire il mercato devi ascoltare, comunicare, ragionare, analizzare, gestire, programmare (solo per dirne alcune senza avere la pretesa di essere esauriente) e queste sono tutte competenze trasversali. Mi piacque la serata che lo scorso lunedì ospitò l’ingegner Jodi Bortoluzzi che esordì con la domanda “può oggi un imprenditore lavorare e basta senza preoccuparsi di altro?”. La risposta è no, purtroppo anche l’imprenditore che abbia un dipendente, cento dipendenti o nessun dipendente, è costretto a conoscere i molteplici aspetti del suo lavoro che non sono puramente tecnici e normativi, ma sono soprattutto gestionali e relazionali.

Pensando alle sue parole e a quello che leggo sui giornali comprendo che sono in molti ad essere rimasti attaccati al “una volta non era così…” posso essere anche d’accordo ma una volta neppure il mondo era così, né le richieste che arrivavano dal mondo e neppure le persone che vi lavoravano. La nostalgia del “si stava meglio quando si stava peggio” non aiuta davvero nessuno. Tanto vale prendere coscienza di ciò che stiamo vivendo e adeguarci. Uno strumento efficace di adattamento è quello della formazione, anche non tecnica. La formazione trasversale offre, infatti, tutti quegli strumenti che possono rispondere alle esigenze non strettamente tecnico-lavorative che ho precedentemente elencato. Il bello è che sono pure finanziate.

Quindi non ci sono scuse la formazione è, in parte, finanziata e sorprende che i fondi interprofessionali non vengano quasi usati. Al di là dei contenuti formativi sapere che i fondi a disposizione delle imprese per auto finanziare la propria formazione siano tutti lì a fare la muffa offre il quadro complessivo della situazione: una parte di imprenditori che si lamentano che i ragazzi che escono da scuola non sono formati just in time, come se la responsabilità fosse solamente della formazione pubblica, ma che sono gli stessi che poi non usano i soldi a loro disposizione. Un paradosso bello e buono da cui stiamo lentamente uscendo perché alcuni dati la cui fonte è diretta e colloquiale, non scientifica né statistica, offre la percezione che anche per la formazione sta cambiando qualcosa.

Da un rapido confronto con alcune colleghe e alcuni colleghi, stiamo vivendo un momento di controtendenza. Sempre di più i consulenti e i formatori si sentono dire “me la pago perché mi serve e facciamo prima”. La formazione è quindi sempre più percepita come necessaria, al di là di qualche articolo anacronistico, anche per quanto riguarda le competenze trasversali. Vi è poi un altro dato (sempre percepito e di cui vorrei conferma) che vi è una differenza notevole tra chi cerca di farsi pagare anche i corsi obbligatori per legge e chi si paga la formazione che potrebbe essere finanziata. La differenza sta proprio nella competitività che mostra sul mercato. Chi fa formazione chiede sempre di più una modalità non classica, meno frontale, più esperienziale e diretta, tramite il coinvolgimento diretto tra tutor, mentor e figure affini e discente. Nel modello a T descritto nell’articolo da Alfonso Fuggetta si vede tutta la validità di un comportamento che dovrebbe essere proprio di tutti quanti, dall’operaio al manager e che è sempre più richiesto in una società liquida che ha fame di specialisti. La barra orizzontale è in realtà ciò che collega al mondo quella verticale.

Insomma, per chi non se ne fosse ancora accorto, sono finiti i bei tempi della scuola della strada e dell’università della vita.

Piero Vigutto

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