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Il lavoro e le imprese: Il punto di vista di un manager. Intervista all’ingegner Franco Odorico

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In questo articolo abbiamo intervistato per voi l’ingegner Franco Odorico che ha maturato negli anni una profonda esperienza in azienda. Ecco le sue riflessioni da uomo d’azienda su lavoro, imprese, sviluppo

L'ingegner Franco Odorico

L’ingegner Franco Odorico

Di origine friulana, dopo un lungo trascorso in Francia dove ha avuto modo di apprendere la lingua e le basi di quella cultura, ha terminato gli studi liceali a Latisana ai quali è seguita la laurea in ingegneria a Trieste. Subito dopo si è occupato di informatica e di automazione ed ha avuto modo di conoscere le più importanti realtà industriali del pordenonese. E’ seguito un periodo di libera professione per poi rientrare di nuovo in azienda e precisamente in Snaidero, dove si è occupato di ingegnerizzazione di prodotto. Dopo una parentesi in cui ha sviluppato la progettazione a livello industriale, è entrato in Danieli seguendo nel primo periodo i servizi generali per ricoprire poi incarichi di maggiore rilevanza fino alla nomina di dirigente e ad assumere la guida del settore engineering impiantistico-civile per la parte acciaieria.  Nel 2001 approda al gruppo editoriale L’Espresso, dove per 11 anni ha svolto il ruolo di direttore tecnico per la regione nord est seguendo dal punto di vista operativo  i quotidiani locali Messaggero Veneto e Il Piccolo. Si apre poi la direzione generale del Consorzio Cooperativo Latterie Friulane che, dopo una difficile ristrutturazione,  accompagno fino all’acquisizione di Parmalat. Attualmente si occupa di ingegnerizzazione industriale e impiantistica.

Ingegner Odorico, abbiamo visto che ha una profonda conoscenza del mondo delle imprese. Può dirci quali sono le sue opinioni personali sul mondo del lavoro e delle imprese?

Credo che dobbiamo distinguere ciò che accade in Italia dal resto del mondo. L’Italia è in questo momento ferma, non ci sono investimenti, non c’è sviluppo salvo qualche rara eccezione. Le aziende che ancora sopravvivono alla desertificazione industriale di questi ultimi anni, sopravvivono grazie all’export. Gli investimenti sono ridotti all’osso, si continua a lavorare con gli impianti che già ci sono in azienda,  facendo la manutenzione strettamente necessaria. Dove e se si investe è perché si può ridurre la forza lavoro, certe volte con tempi di ritorno dell’investimento inferiori all’anno, difficilmente accade che si investa per aumentare il perimetro operativo dell’azienda, la sua gamma di prodotti o per lanciare nuove idee, le aziende che lo fanno rappresentano quasi un’eccezione, non la regola, come invece dovrebbe essere. Nel resto del mondo e in alcune parti dell’Europa c’è invece molto dinamismo, c’è voglia di fare, si investe. Le aree del sud est asiatico si preparano a nuova primavera, come pure l’Africa, uno dei mercati prossimi a partire. E’ comunque molto difficile fare previsioni, si naviga a vista o con un orizzonte temporale massimo di 5 anni.  

Quindi il suggerimento è di investire all’estero o di guardare ai mercati emergenti da un’altra prospettiva?

Vanno a mio avviso guardati come una opportunità per l’export. Vendere la nostra cultura, i nostri prodotti. Penso all’agroalimentare, alla meccanica, a tutti i settori in cui l’Italia si distingue devono essere visti come il driver che ci deve guidare verso tali realtà e chi ha girato il mondo ce lo può confermare, il nostro Paese viene visto in maniera molto positiva.

Visto che ha accennato ai Paesi dell’Asia e dell’Africa, il fenomeno immigrazione è secondo lei un rischio o un’opportunità?

E’ certamente una opportunità. O meglio diventa tale se viene correttamente gestita. Chi emigra in un Paese ne assorbe la cultura e, mantenendo i rapporti con la terra d’origine per motivi familiari, affettivi o altro, tenderà a legarla al suo stile di vita e questo è il paradigma per creare un forte legame con tali nazioni.

Quali sono le sue opinioni personali sulla formazione?

La formazione è a mio avviso uno degli elementi chiave del sistema anche in versione futura. Senza formazione non c’è sviluppo e ci si mette in concorrenza con paesi poveri ove i lavoratori hanno poche esigenze, il costo della vita è basso e di conseguenza anche i salari sono molto bassi. La formazione e la scuola vanno profondamente rivisti: va dato più spazio alle materie ed alla formazione tecnica, ci deve essere una relazione molto più stretta fra impresa e scuola. I ragazzi fin da giovani devono entrare in contatto con il mondo del lavoro. Gli insegnanti devono essere formati, motivati, devono essere adatti a questo tipo di lavoro. A scuola capita che si insegnino materie già superate, già vecchie e ciò è ovvio considerato che molti docenti non seguono corsi di aggiornamento specifici.  La formazione è uno degli addendi fondamentali della produttività che cresce insieme ad essa.

Abbiamo parlato di altri mercati. Ci può dare una sua visione del futuro italiano?

Come accennavo prima, l’Italia è ferma e soffre di questo perché non sono state fatte riforme efficienti da qualche decennio. In passato si è anche andati bene in alcuni periodi, ma era perché l’economia mondiale era in buona salute e il nostro paese godeva di un effetto traino. Il futuro dell’Italia in ambito economico dipende dall’imprenditoria, dobbiamo agevolare in tutti i modi chi rischia per creare un’azienda perché l’azienda genera posti di lavoro. Creare imprese è l’unico modo per creare occupazione. I paesi che hanno fatto politiche innovative per attrarre investimenti sul proprio territorio sono quelli che hanno i più bassi tassi di disoccupazione:  basta leggere qualche dato ISTAT al proposito e si capisce subito quali Paesi hanno fatto un balzo in avanti e quali no. Bisogna inoltre fare uno sforzo per capire il territorio e per stimolare gli investimenti giusti, alcune aree sono portare per lo sviluppo dell’agroalimentare, altre sono sono ben attrezzate per il settore della meccanica e dell’automazione, altre ancora  per l’Information Technology. Il futuro viene influenzato dalle scelte che facciamo oggi, senza scelte ponderate assisteremo ad un invecchiamento progressivo del tessuto economico e sociale. Non si deve avere paura a scegliere, si può anche sbagliare, ma i processi vanno governati e riportati sul giusto binario, è sbagliato subirli. La formazione aiuta a capire questo, aiuta a scegliere, aiuta a creare sviluppo. Non dimentichiamoci che un’azienda interagisce fortemente sul territorio anche dal punto di vista sociale e culturale.  Se il tessuto non è favorevole, si assiste purtroppo in alcuni casi alla vendita dell’identità imprenditoriale creata qualche decennio prima da coraggiosi capitani d’impresa a gruppi stranieri o multinazionali. Un passaggio che va preventivamente individuato e gestito con grande anticipo.

Quali sono i suoi consigli a chi vorrebbe intraprendere una carriera come la sua?

Studiare, essere curiosi, avere il coraggio di cambiare senza aver paura del nuovo o del non noto, evitare l’isolamento, tessere relazioni sociali.  Questi sono i cardini fondamentali per, sì, anche fare una carriera come la mia o magari anche migliore, ma soprattutto per sentirsi parte attiva di una società libera e sentirsi a posto. Ho conosciuto persone tristi che avevano fatto delle carriere brillanti, ho conosciuto persone che erano felici senza averla fatta. Prima della carriera è importante capire dove si vuole stare nella società e fare di conseguenza le scelte più opportune. La carriera come la vita deve essere abbracciata e guidata, non la si deve subire, come in molti casi avviene, per necessità o per mera convenienza, una condizione che genera managers o dirigenti di bassa qualità che, oltre a fare del male a se stessi, fanno del male anche agli altri. 

Cosa vuol dire ad un giovane o ad un meno giovane che cercano di collocarsi o ricollocarsi nel mondo del lavoro?

Una delle caratteristiche fondamentali per trovare lavoro è avere e dimostrare di avere energia. Se non c’è, va in qualche modo generata. Senza energia si è come una macchina senza benzina, non si va da nessuna parte. Ciò vale per tutti ma ancora di più per chi deve ricollocarsi nel mondo del lavoro: più passa il tempo e più la benzina evapora e con essa l’energia. E’ dunque bene, se per una qualche ragione si perde il lavoro, non lasciar trascorrere inutilmente il tempo, si deve subito puntare sulla formazione, anche in ambiti diversi più affini alla propria personalità e attitudini. Ho conosciuto persone che dopo aver fatto il ragioniere per vent’anni si sono ricollocati seguendo le proprie passioni, riconquistando serenità e motivazioni perdute. A chi inizia dico di non avere paura di fare lavori diversi rispetto alle proprie aspettative ed alla propria formazione, è importante iniziare a fare qualcosa, poi per cambiare c’è sempre tempo e le opportunità, se si cercano, ci saranno sempre. Non dimenticatevi poi che cercare lavoro è un lavoro!

Piero Vigutto

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