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Smart Working. Non solo per privilegiati

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Vorrei condividere una riflessione sullo smart working, parola che ci accompagna ormai da mesi e che ormai è entrata a far parte di ogni discussione sul mondo del lavoro. Lo smart working sembra anche essere uno strumento che privilegia una casta di lavoratori e ne penalizza un’altra. Nessuno infatti parla di smart working per gli operai ma tutti lo riferiscono al settore impiegatizio come fosse una cesoia tecnologica che divide ancora una volta i dipendenti in due grandi famiglie sottolineando per l’ennesima volta le differfenze tra blue collars e white collars. Ma questo è proprio vero?

Ho appena terminato di leggere l’articolo di Marco Brando su Senza Filtro intitolato Smart working industriale: i lavoratori saranno più imprenditori che mi ha fatto riflettere e al contempo mi ha fatto conoscere realtà di cui ignoravo l’esistenza. Il giornalista, durante l’intervista il professor Marco Taisch di Made, affronta proprio questo tipo di argomento: lo smart working in produzione. Leggendo scopro che è già una realtà fatta di miniere cinesi (i Cinesi in smart working?) ove i minatori non stanno più chiusi nei cunicoli bui scavati nella roccia ma operano a distanza controllando macchine che lavorano a centinaia di metri di profondità; visori con cui si può collaudare una macchina che si trova dall’altra parte del mondo. Queste solo alcune delle novità tecnologiche che stanno cambiando il mondo del lavoro.

Cosa significa questo? Beh sicuramente un modo diverso di lavorare ma anche problematiche da risolvere, ma quelle ci sono sempre. Quello che mi sorprendeva è la continua ritrosia di alcuni settori, pardonne moi, di alcune persone nell’adottare questo tipo di strumenti, parlo del lavoro agile, che è ormai una delle possibili soluzioni al tanto decantato work and life balance (se ne sono forse dimanticati?). Poi, sempre oggi, intervisto Simone Perotti (autore di Adesso Basta!) che ha lasciato lavoro e carriera per vivere una vita piena e libera. A lui ho chiesto che opinione si era fatto dello smart working e la risposta che mi ha dato è stata davvero interessante.

Non serviva una pandemia per rendere possibile lo smart working perché la tecnologia era già disponibile una decina di anni fa. Però è servita una pandemia per costringerci ad usare lo smart working e, come per tutte le costrizioni, c’è un certo grado di opposizione. Il discorso di Simone fila e giustifica gli atteggiamenti oppositivi nei confronti di questo modo di lavorare. Vi è anche da dire che nell’articolo pubblicato su Senza Filtro, l’autore e l’intervistato fanno cenno ad una questione che sollevai anni fa, ovvero la responsabilizzazione del dipendente che in qualità di smart worker si deve quasi trasformare in imprenditore.

Come dice Alessandro Donadio nel suo libro Smarting Up! che ho recensito nella rubrica #30giorni1libro, per avere un’organizzazione agile serve rispettare alcuni parametri precisi ma soprattutto serve la volontà di diversificare il lavoro. Non sono un fautore dello smart working sempre ed ovunque ma se c’è un’opportunità va colta, non è forse questo il senso di essere imprenditori? Se non ogni giorno almeno qualche giorno ci dovrebbe essere questa opportunità per chi, tra i blue and white collars, se ne voglia avvalere.

Insomma una questione di non facile soluzione che possiamo riassumere in questo modo. Affinché il lavoro agile venga preso in considerazione come strumento utile sia alle imprese che alle persone che vi lavorano bisogna che:

  • vi sia un certo livello di maturità nella gestione del proprio lavoro, e mi riferisco ai collaboratori;
  • non manchi la disponibilità ad utilizzare lo smart working come opportunità, e mi riferisco alla direzione;
  • ci siano le condizioni tecnologiche;
  • le regole di ingaggio lavorativo siano ben chiare;
  • si lavori per obiettivi e non per ore di presenza (anche perché non ha più senso farlo);
  • ci sia un sistema di valutazione della performance che tenga conto di questi cambiamenti;
  • l’accettazione dello strumento come mezzo diverso per raggiungere lo stesso scopo;
  • ma soprattutto ci sia la volontà di farlo non controvoglia perché costretti ma con la voglia di accogliere un cambiamento già in atto;

Ma soprattutto, a parere mio, serve che si verifichi un’altra condizione: vivere l’azienda come comunità in cui si vive come individui ma che, grazie agli individui, prospera portando valore aggiunto agli individui che la popolano. Sarà questo uno dei temi che affronteremo il 30/11 e 31/12 assieme ai relatori del panel “Azienda come comunità” agli incontri di #HRO2020. Sarà interessante ascoltare chi ce l’ha fatta.

Da dire che il nostro Stato non è normativamente adeguato a raccogliere questo tipo di sfida ma questo non deve giustificare il fatto che non si sterzi nella giusta direzione anche perché, sul lungo periodo, ad andare diritti si incontra un muro.

Piero Vigutto

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2 Recent Comments

  • Marco Brando
    25 Ottobre 2020

    Grazie per la citazione 🙂

    Reply
    • Piero
      26 Ottobre 2020

      Grazie a te Marco e ancora complimenti per l’articolo

      Reply

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