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Lavorare durante le ferie non è smart working

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smart working

L’approccio che stiamo avendo con il lavoro è sempre più smart. I commuters non sono più una novità, l’utilizzo dei device per la gestione del lavoro da remoto neppure, non ci è estraneo nemmeno il concetto di telelavoro o di smart working ma ci è estranea la sua applicazione. La percentuale di aziende che in Italia fanno uso di smart working sono pochissime, di alcune di esse ho avuto modo di parlare, ma sono quasi mosche bianche perché nonostante una legge che appoggia il lavoro a distanza sono ben poche ancora le imprese che intendono privarsi del controllo diretto del dipendente.

Lavorare a progetto sembra che sia ancora poco diffuso. Gestire il progetto per obiettivi ed essere valutati su quello lo è ancora meno. Sembra che ancora oggi, negli anni venti del terzo millennio, il controllo diretto e la presenza siano fondamentali per una valutazione positiva del personale. Recentemente due articoli mi hanno fatto pensare. Il primo riguardava il Corona Virus che costringe a ripensare seriamente allo smart working e l’altro sulla percentuale di dipendenti che rispondono alle mail durante le vacanze.

Nel primo caso, con migliaia di cittadini cinesi chiusi in casa per evitare che l’epidemia si allarghi e il PIL della Repubblica Popolare da mantenere, sembra che le aziende siano costrette a ripensare alle modalità di lavoro tanto che Bloomberg, lo ha definito “il più grande esperimento di telelavoro al mondo” che non si ferma solo al lavoro diretto ma che si espande alle consulenze. Le piattaforme di teleconferenza prese d’assalto vedono crescere il loro fatturato nella Cina che cerca di far fronte alla malattia, Alibaba registra 400000 visite durante il primo giorno di servizio gratuito di consulenza medica on line dedicato al virus che fa tremare tutti. Questi sono solo due aspetti che ci fanno capire che lo smart working non è il futuro ma è una soluzione praticabile per le imprese già oggi. Eppure in Italia siamo solo al 3% di utilizzo degli strumenti di lavoro Agile (in Olanda siamo al 40%).

Sembrerebbe che l’impresa italiana non sia culturalmente pronta per la gestione del lavoro da remoto e invece nel secondo articolo targato Sole 24 Ore leggiamo che in Italia la percentuale di lavoratori che dichiarano di rispondere a chiamate di lavoro, e-mail e sms, fuori dall’orario di lavoro è de 71% compreso il periodo di ferie. Siamo di fronte ad un paradosso. Da una parte lo smart working non trova ostacoli nella sua applicazione tecnologica, è stato definito legalmente e normato ma nessuno lo mette in pratica. Dall’altro lato abbiamo una popolazione che dichiara di rispondere alle chiamate quando è in ferie e quindi ammette implicitamente di lavorare da remoto o comunque di poter gestire parte del proprio lavoro anche se non è fisicamente presente in azienda.

Chi far sedere sul banco degli imputati? Io credo nessuno e, al contempo, tutti. Non è una questione di imprese o di dipendenti, è una questione di mentalità comune. Non siamo ancora pronti anche se gli strumenti ci sono non li utilizziamo o comunque non vogliamo utilizzarli perché di noi passerebbe l’idea che “stiamo a casa” e stare a casa significa non essere utili alla società… come se i milioni di lavoratori domestici (badanti, colf, casalinghe, ecc.) non fossero utili alla nostra società. Non abbiamo bisogno di una pandemia per rendercene conto, già lo sappiamo che il lavoro da casa non toglie nulla né alla dignità della mansione svolta né alla possibilità di raggiungere gli obiettivi assegnatici né tanto meno alle nostre competenze. Serve un cambio di mentalità che ci conduca verso la consapevolezza che oggi più che mai, per molte mansione la presenza può, anzi deve, essere ridotta al minimo. Ne beneficerebbero le imprese che ridurrebbero le dimensioni, le persone in minor stress da spostamento e l’ambiente per le minori emissioni di CO2 prodotte, per non parlare della qualità della vita. Ci vorrebbe proprio un cambiamento di mentalità.

Piero Vigutto

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