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Resilienza, la grande perdente

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Se pensate di leggere un altro articolo sui grandi benefici della resilienza vi sbagliate di grosso. Diciamolo una volta per tutte: di sentir parlare di resilienza non se ne può più. Credo siano un paio di anni che si sente parlare di resilienza in tutte le salse, manca solo la pasta all’amatriciana e resilienza e poi l’abbiamo messa dappertutto. Sulla resilienza si sono fatti convegni interi, spesso sponsorizzati da grandi organizzazioni e a cui hanno partecipato testimonial di un certo calibro che hanno decantato le proprietà curative taumaturgiche della resilienza. Non ho cercato in rete ma scommetto che la resilienza è diventata pure un business e non mi meraviglierebbe se trovassi un “corso per diventare resilienti” che tanto sa di vana promessa del fuffaguru di turno.

Tanto per rinfrescare le idee sul significato della parola riporto il risultato della ricerca che appare in primo piano se su Google digitate “Resilienza”:

Resilienza
/re·si·lièn·za/
sostantivo femminile
  1. Capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi.
  2. In psicologia, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.

Analizziamo attentamente entrambi i significati.

Il primo: Capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Va da sé che qualunque materiale subisca un urto non può uscirne come prima. Ci saranno di certo microfratture, lesioni, deformazioni che lo rendono diverso forse più fragile di quanto non lo fosse prima. La deduzione è logica ed appartiene all’esperienza di tutti quanti noi.

Il secondo: In psicologia, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Anche in questo caso superare o andare oltre un evento traumatico lascerà delle conseguenze che si manifesteranno inaspettatamente. In psicologia vengono chiamati trigger ovvero risposte automatiche a determinati stimoli. L’accostamento con la prima definizione è molto veloce: come è logico dedurre che se in un materiale un urto lascia delle fragilità, allo stesso modo un trauma lascerà delle fragilità in chi lo subisce.

E’ abbastanza facile capire che la resilienza non è una risposta sufficiente ma è una condizione di passaggio che deve essere gestita e superata con altri strumenti. Va bene la capacità di assorbire l’urto ma poi? E’ come dire che l’essere umano ha la capacità di risaldare un osso rotto, una reazione adattiva ma che non ci mette al riparo della frattura e del dolore che ne deriva e neppure dal ricordo che può riemergere traumaticamente a distanza di tempo sotto forma di paura. Alla resilienza va affiancato un altro strumento: la liquidità.

Come già spiegai in un mio vecchio articolo essere liquidi va ben oltre la capacità di essere resilienti. Il liquido si adatta al recipiente alla velocità che gli consente la sua viscosità. Ne deriva che mentre la resilienza non ti mette al riparo dagli urti e dai traumi, la liquidità invece porta ad adattarsi velocemente alle nuove condizioni senza, o quasi, conseguenze. Tutto dipende dalla viscosità.

Spiegato questo diventa comprensibile il mio stupore quando un giorno navigando sui social vedo che la stanchezza relativa all’abuso della parola resilienza è condivisa da altri e diventa addirittura una norma che ne limita l’utilizzo. Nel comune di Bugliano il sindaco ha deciso di vietare l’uso della parola resilienza nelle sue varie forme. Concordo sulla multa di 25€ che il sindaco ha deciso di comminare a chiunque la pronunci o la scriva e aggiungo che andrebbe decuplicata per chi la accosta all’espressione “leader di te stesso”, altra espressione abusata e del tutto inutile che ha il sapore dei film di Vanzina che descrivevano gli yuppies degli anni ’90. 

Piero Vigutto

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