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Sembra di essere a Baghdad durante l’invasione USA. Passi indietro e non avanti compiuti in presenza di una legislazione tra le migliori in Europa, eppure non ci siamo. Non ci siamo proprio. Il numero delle vittime non accenna a calare, quello dei feriti neppure. Centinaia, anzi, migliaia di ore di formazione obbligatoria che la legge impone alle imprese sembrano non avere alcun effetto sul numero di incidenti mortali e non che occorrono nelle imprese.

Verrebbe da dire che non c’è sicurezza sul posto di lavoro ma sarebbe una inutile generalizzazione. Forse c’è da dire che manca il rispetto per la sicurezza, ma anche questo sarebbe assolutamente scorretto. La settimana scorsa, o forse quella prima (il ricordo è vago tanto si susseguono gli incidenti), un ragazza di 19 anni ha perso la vita in un cantiere. La ditta per cui lavorava era quella del padre che, assieme all’altro figlio, lo ha visto morire sul lavoro. Un lavoro che aveva cercato, che aveva voluto e che il padre gli aveva dato. Difficile pensare che un padre metta a rischio la vita di un figlio, quindi dire “sono tutti uguali” non è assolutamente corretto.

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La memoria

E’ questo il problema, la memoria che manca. Nessuno si ricorda quante vittime ci furono a Baghdad durante la guerra del Golfo, si parla di anni addietro e la memoria non arriva a tanto, a ricordarcelo ci sono i libri di testo e anche quelli vengono poco consultati visto che le guerre continuano ad ogni cambio di amministrazione come se ogni presidente americano avesse bisogno della sua dose di morti per poter dire di aver fatto il proprio dovere. Non è così per le aziende, nessuna vuole il record per il numero maggiore di decessi. Non vi è gloria né medaglie per queste morti, purtroppo vi è solo l’oblio. Morti e feriti ricordati solo quando fanno notizia, prontamente dimenticati per lasciar spazio alle altre notizie. Ricordassimo di più e meglio ci sarebbero meno incidenti?

Non credo. La formazione obbligatoria non ti insegna a ricordare e non ti insegna a pensare, purtroppo, almeno finché verrà vista come uno spreco di tempo. Non parlo dei datori di lavoro, stavolta parlo dei dipendenti. A loro una percentuale di responsabilità. Non sono tutti uguali, come non lo sono i datori di lavoro, ma la responsabilità quella ce l’hanno pure loro. Sono responsabili quelli che “cosa vuoi che sia” amici fraterni del “l’ho fatto altre volte, mica sono morto” che vanno a braccetto con “Sì è normale. E’ successo a me e anche ad un mio amico”, gli stessi che in aula sbuffano e guardano il cellulare. Gli stessi che si appisolano. Quelli che non dicono di no ai comportamenti imprudenti perché “tanto, per una volta”.

L’educazione

Quella inizia a casa, da parte dei genitori verso i figli ma anche da parte dei figli verso i genitori. E’ giusto che il padre corregga il figlio ma è corretto anche l’inverso, come quel mio amico che la settimana scorsa ha redarguito il genitore che voleva salire sul tetto senza corde di sicurezza. Bloccato e costretto a proteggersi. O come quella madre che ha tolto il cellulare al figlio perché lo aveva visto andare pedalare e digitare un sms. Incosciente, è proprio così che si rischia la vita, senza pensarci.

educazione alla sicurezza e protezione

Piero Vigutto

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