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HSE. I modelli sono anche virtuosi

Di HSE si parla spesso citando i casi di cronaca. Morti e infortunati la fanno da padroni, per poco tempo, tra le notizie di cronaca. L’incidente, si sa, attira l’indignazione “a tempo” del cittadino che si sofferma sul caso citato dal telegiornale, letto di sfuggita nella colonna di poche battute inserita per riempire le pagine dei quotidiani, citata in un post su Facebook.

Ecco, i social network in questo caso sono un buon eco per l’indignazione che rimbalza da una tastiera all’altra ma anche quella “a tempo”, come dicevo, ovvero a scadenza perché dura poco, l’arco di un servizio al TG, poi l’indice accusatore viene utilizzato per fare zapping compulsivo e la memoria relega la notizia nell’oblio. Oggi però non sono qui per puntare il dito ma per alzare il braccio del vincitore, come si fa sul ring quando uno dei pugili ha vinto e con il volto tumefatto sorride perché ce l’ha fatta, è diventato campione. 

Il nostro campione oggi è Roncadin, sì quello delle pizze che, ad onor del vero, benchè siano surgelate sono tra le più buone che abbia mai mangiato. A fine settembre la notizia dell’incendio che devastò metà azienda rimbalzò velocemente, meno rilevanza ha avuto la notizia della sua ripresa. Metà azienda in cenere, dicevo, l’altra metà rimasta intatta per un semplice motivo: la proprietà aveva investito in sicurezza. Una parete ignifuga e un sistema antincendio tra i migliori che abbia mai visto avevano impedito che le fiamme si propagassero e non importava che i danni ammontassero a decine di milioni diceva Edoardo Roncadin, il “vecchio” come lo chiamano affettuosamente i suoi operai, l’importante era che si erano salvati tutti, neppure un ustionato, neanche un ferito, manco una botta di quelle viola che inevitabilmente ti prendi quando sei preso dal panico e nel fuggi fuggi generale ci si spintona per uscire prima possibile.

Nulla, non era successo nulla, perché alla Roncadin di Meduno la sicurezza non è solo uno slogan, “un’azienda si ripara, una vita persa è persa per sempre” aveva detto ai giornalisti l’ottuagenario presidente che i tedeschi di Bofrost hanno voluto a capo del loro CDA nonostante fosse socio di minoranza.

“Cosa farete ora?” gli aveva chiesto il giornalista “Ricostruiremo tutto” aveva promesso lui guardando la telecamera con il suo sguardo bonario. E così è stato, si è sistemato cappello, si è rimboccato le maniche come fa da più di ottanta anni e assieme al figlio ha ricostruito tutto, tanto che qualche mese dopo la fabbrica era riuscita ad evadere il cospicuo quantitativo di ordini dei clienti nonostante metà delle linee di produzione se ne fossero andate in fumo. Solo un miracolo avrebbe potuto salvare l’impresa, aveva detto qualcuno, ma per chi come me ai miracoli non crede c’è una spiegazione più razionale di quella della fenice che risorge dalle ceneri. In quei mesi a tirarsi su le maniche non era stata solo la proprietà ma tutti i dipendenti. Nessuno ha detto no alla richiesta di lavorare a turni, nessuno si è tirato indietro quando è arrivato il momento di dare una mano, né la proprietà aveva sfruttato il momento per fare strani giochi con stipendi e contratti in una zona del pordenonese dove se non lavori per Roncadin non lavori proprio.

Il segreto della resurrezione dalle ceneri è stato il rapporto con i dipendenti, perché alla Roncadin con il “vecchio” e con suo figlio ci puoi parlare e puoi dirgli se c’è qualcosa che non va. Lui, che nonostante le decadi e i fatturati milionari non si è dimenticato di quando senza un soldo in tasca è dovuto emigrare per fare il gelataio in Germania, quando passa tra le linee di produzione ha un sorriso e una buona parola per tutti. Il segreto per un ambiente sicuro è proprio questo, tenere ai tuoi dipendenti più che alla tua azienda, perché le cose si ricostruiscono, le persone no.

Piero Vigutto

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