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Il lavoro del futuro… non è un lavoro

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Lunedì 21 maggio 2018. In un’aula universitaria alla facoltà di ingegneria di Udine si è svolto il convegno dal titolo “IL FUTURO DEL LAVORO NELLA SOCIETÀ’ DIGITALE – Lavoro, Professioni, Competenze e Impresa nell’Era Digitale e nell’Industria 4.0”. In un pomeriggio assolato e caldo l’aula gremita il sistema di ventilazione veniva garantito dagli applausi che accompagnavano ogni intervento.

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Il cadenzato succedersi dei relatori ha dipinto una visione del futuro molto chiara: per molti lavori non ci sarà un futuro. Siamo abituati a pensare che questo destino riguarderà unicamente lavori intellettualmente poveri, privi di contenuti personalistici e di problem solving e che a vedere ridotte le possibilità di impiego siano quei lavoratori che svolgono attività ripetitive in catena di montaggio. E’ parzialmente vero. Se è sotto gli occhi di tutti che molte professioni generiche e di scarso contenuto intellettuale vengono già sostituite dall’automatizzazione delle mansioni, è altrettanto vero che molte altre oggi considerate al riparo dall’informatizzazione sono a rischio sostituzione parziale. Una tra tutti il medico.

Il medico nel settore pubblico agisce per protocolli, i protocolli sono informatizzabili e riproducibili da un algoritmo, tra l’altro già sperimentato con successo, che grazie al sistema di reti neurali impara a fare diagnosi con un’accuratezza e una precisione spesso molto maggiore rispetto agli umani. La domanda non è se l’Intelligenza Artificiale (IA) sostituirà il medico, ma quando. L’evoluzione informatica è velocissima e impone a professionisti, dipendenti e aziende di porre rimedio alla propria obsolescenza. Ma vi sono alcune caratteristiche che le macchine non avranno mai e renderanno indispensabili gli uomini.

Jpeg

A rendere più accettabile questa visione fatalista del futuro arriva il paradosso di Leontief sui cavalli statunitensi:

Il cavallo venne utilizzato tantissimo per volgere lavori anche di estrema importanza. Logistica, trasporti, forza motrice… quasi tutto il lavoro faticoso veniva delegato alla popolazione equina che negli USA aumentò  di sei volte tra 1840 e 1900 (toccando le 21 milioni di unità a fronte di 75 milioni di abitanti). L’avvento del motore a combustione interna ne determinò la sostituzione, anche se la domanda di mobilità continuò a crescere decretando il declino dell’utilizzo del cavallo che nel 1960 non contava più di 3 milioni di unità negli USA. L’economista russo giunse alla seguente conclusione: la stessa sorte toccherà alla forza lavoro umana, per colpa dei computer: «…rimarranno pochi lavoratori che sappiano ideare nuovi prodotti e servizi  e il loro ruolo nella produzione si ridurrà, come quello dei cavalli».

Personalmente credo che gli esseri umani non sono come i cavalli e, nonostante la grande difficoltà, si adatteranno alla nuova condizione. Del resto quello che ci ha sempre contraddistinti è la capacità di risolvere i nostri problemi per far fronte alle avversità.

Nonostante in molti si ostinino a proclamare l’importanza dell’istruzione tecnica, diventano sempre più fondamentali le competenze trasversali: comunicazione, problem solving, capacità di gestione dei gruppi, leadership… competenze umane, che nessuna macchina potrà mai portarci via. Attenzione, non sto dicendo che le competenze tecniche non sono necessarie ma che, come dichiarato durante la conferenza, sono secondarie a quelle trasversali perché le competenze tecniche acquisite a scuola sono spesso obsolete o inadeguate rispetto a quelle richieste dalle imprese. Sarà un’altra competenza trasversale a salvare il lavoratore del futuro: la capacità di formarsi ed informarsi continuamente.

Piero Vigutto

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