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Il tempo dilatato

Chi non l’ha provata in questi giorni? I meeting on line a tutte le ore e in qualunque condizione, visto che si possono fare anche da smartphone, stancano gli occhi e il cervello. La fatica da video chiamata continua è una compagna con cui abbiamo imparato a fare i conti. E’ la Zoom fatigue, letteralmente affaticamento da Zoom, di cui parla un interessante articolo del National Geographic. Affaticamento, stress, stanchezza sono tutti sintomi dell’interazione virtuale a cui il nostro cervello non è abituato. Mentre quando ero bambino mia mamma continuava a ripetermi di “non stare davanti alla TV che ti rovini gli occhi” se fossi oggi bambino mi direbbe “non stare davanti alla TV che ti rovini il cervello”.

A quanto pare il cervello durante le comunicazioni virtuali si affatica perché non riceve durante la comunicazione verbale tutti quei segnali non verbali che sappiamo essere estremamente importanti nel cogliere i significati più nascosti. Mancando il non verbale il cervello fa molta più fatica ad interpretare la comunicazione. La zoom fatigue si manifesta quindi nei modi più vari: stanchezza, cefalee, bruciore agli occhi e poi lo stress della chiamata a tutte le ore in qualunque condizione. Sì, perché siccome il cellulare te lo porti dietro anche quando svolgi le attività meno nobili, ti trovano pure i quei momenti è altissima la probabilità di avere più interazioni sociali durante la quarantena che prima dell’emergenza. Iterazioni sociali che, diciamolo, se da un lato hanno il pregio di mantenere un contato sociale dall’altro, avendo un intermediario virtuale, sono estremamente faticose per tutto quello che abbiamo detto prima.

Su una condizione stressogena però in molti non hanno pensato “A tutte le ore e in ogni luogo” non è sopportabile nel lungo periodo. La capacità di far fronte a questo nuovo stress lavoro correlato è inversamente proporzionale alla capacità di gestire il proprio tempo. Ricordo un bell’articolo di Sergio Casella uscito su Pulse di Linkedin dal titolo evocativo “Lettera ai lavoratori intelligenti…” in cui l’autore dava le regole per una corretta gestione dello smart working. Credo che basterebbe seguire quelle per trovare immediato beneficio e credo pure che quasi nessuno abbia in questo periodo seguito alcuna regola di buon senso per la gestione del proprio e dell’altrui tempo.

Mi trovo il linea con quanto ha riferito Andrea Pontremoli, Amministratore Delegato di Dallara Automobili, nell’articolo di Federico Ott su Senza Filtro che in merito agli strumenti utilizzati in questi giorni “c’era anche ieri, ma non lo usavamo perché non avevamo mai pensato a questa soluzione e perché non eravamo obbligati a farlo”. Verissimo e altrettanto vero quello che Pontremoli aggiunge “siamo passati in un attimo dall’avere poco tempo e tanto spazio, ovvero la possibilità di spostarci ovunque velocemente, ad avere tanto tempo e poco spazio”. Un disorientamento mentale repentino che ha prima frammentato il nostro tempo in maniera esponenziale e poi lo ha dilatato.

Il tempo è stato frammentato nel momento in cui siamo passati dal lavoro “dalle – alle” al lavoro senza vincoli di orario. Questo nella maggior parte delle situazioni non ha penalizzato la qualità degli obiettivi raggiunti ma la qualità della vita. Trovarci ad affrontare una situazione così diversa in poco tempo non ha dato al nostro cervello la possibilità di adattarci alla nuova condizione. Il tempo si è frammentato in mille riunioni, chiamate, conferenze, meeting e chi più ne ha più ne metta, tanto il tempo c’era e come per tutti i periodi di abbondanza non lo abbiamo razionalizzato.

Il tempo si è prima dilatato perché mancava la regola “dalle – alle” e quindi non avevi limiti. Che importa se la chiamata o il webinar è alle 11.00 di sabato mattina o alle 17.00 di domenica pomeriggio? Tanto di tempo ce n’è e quindi abbiamo perso la percezione dell’equilibrio tra casa, lavoro, affetti, tempo libero. Il work and life balance è andato a farsi benedire nel momento in cui il tempo si è liquefatto perché tra un frammento e l’altro ci infilavi quello che avanzava da fare.

Cerchiamo però di imparare da questa situazione. Il tempo dilatato ci ha insegnato:

  1. Che dobbiamo utilizzare un altro mind set, come dicono in molti, per gestire non il tempo ma noi stessi.
  2. Ci ha insegnato che dobbiamo rivedere il nostro mondo alla luce di nuovi strumenti e che, se il mondo ritorna “normale”, questi strumenti vanno considerati nella loro dimensione umana.
  3. Che una parte di noi va in contro ad un sistema nuovo ma un’altra parte rimane collegato al vecchio sistema e questo crea una dimensione dilatata a cui ci si adatta con fatica.
  4. Che dobbiamo rispettare la nostra mente e il nostro mondo, inserendo sì sistemi diversi ma con la cautela necessaria a preservare la salute.
  5. Che il work and life balance dobbiamo gestirlo da soli e non va “dalle – alle” ma è una dimensione della vita che va oltre alla quarantena.

Piero Vigutto

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