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Lavorare per l’autodistruzione

Lavorare per essere sostituiti, sempre e a tutti i livelli, è quello che suggerisce un manager durante un incontro. Ma cosa significa davvero?

 

Directed By: Eugenio CAPPUCCIO.

Una scena del film “Volevo solo dormirle addosso”.

Lavorare per l’autodistruzione. Questo sentii dire una sera di fine estate durante una conferenza dal titolo “Comunicazione e management”. A dirlo fu Romano Frè[1], un uomo simpatico di mezza età che aveva iniziato vendendo assicurazioni trent’anni prima e, dopo aver cambiato qualche azienda ed essersi distinto in ognuna di loro, era arrivato a sedere ai vertici di un’impresa che conta circa 1200 dipendenti.

Cosa voleva dirci il top manager?

Lavorare per l’autodistruzione significa avere la consapevolezza che un giorno verrai sostituito. Non importa che tu sia un dirigente o un operaio, questo accadrà principalmente per due motivi: il primo non è direttamente imputabile a te, ad esempio il fallimento dell’azienda; il secondo sì e riguarda il tuo grado di obsolescenza. Lavorare per l’autodistruzione essenzialmente significa prepararsi ad essere rimpiazzato, in qualunque momento, forse proprio dal giovane che hai cresciuto professionalmente ed è per questo che devi fare di tutto per circondarti di persone più capaci, migliori, più preparate, diceva il manager all’uditorio basito. A costoro devi trasmettere tutto quello che sai, svelargli i segreti, condurli per mano finché non cresceranno così tanto e così bene da minacciare il tuo posto. L’uditorio era ancora più incredulo nell’ascoltare quel dirigente d’azienda che promuoveva l’autodistruzione in controtendenza con il pensiero comune che voleva l’autoconservazione della propria posizione, sempre, comunque e ad ogni costo.

disperazioneAutodistruggersi significa assumere i migliori talenti presenti sul mercato, i più preparati, quelli che ti proporranno le sfide che temi e le idee innovative a cui tu non avresti mai pensato, continuava Frè, quelli la cui opinione riflette non solo una preparazione migliore della tua, ma unitamente al ragionamento, alle energie e alla visione del futuro, ti superano di parecchio. Devi poi ascoltarli quando ti proporranno una soluzione o un’idea a cui non avresti mai pensato. Ti illustreranno i costi, le probabilità di successo e il ROI sull’investimento. Sarà quello il momento in cui sarai più vicino che mai alla tua autodistruzione e sarà il tuo successo perché nel momento in cui usciranno dalla sala riunioni con la tua approvazione, entusiasti per il nuovo progetto che inizia, ti troverai da solo a pensare come mai a quell’idea non l’hai avuta prima tu. Ti arrabbierai con te stesso consapevole che si sta avvicinando il momento dei grandi ringraziamenti, delle strette di mano e dell’orologio ricordo dei tuoi colleghi. In quel momento l’aver lavorato per l’autodistruzione ti darà la forza per reagire. Troverai nuove energie per migliorare perché se un tuo dipendente ha trovato una soluzione migliore è solo perché non sei ti adattato al cambiamento ma sei rimasto a crogiolarti nella statica indolente gloria degli obiettivi un tempo raggiunti. Allora inizierai a scavare nel mare di internet, comprerai quel libro che ti serviva e lo divorerai quella stessa notte. Andrai alle conferenze. Farai quella telefonata per avere l’opinione di chi ne sa più di te. Ti iscriverai a quel corso di formazione che rimandavi da tanto tempo anche se non te lo paga l’azienda, consapevole del fatto che se l’aggiornamento è indispensabile per essere alla pari di quelli che hai assunto, ciò che ti rende unico è proprio quello che nessuno ti può copiare o rubare: l’esperienza.

L’aver lavorato per l’autodistruzione, ti darà quella motivazione a fare di più e meglio di quanto non hai mai fatto prima e questo ti permetterà di resistere e lavorare per conservare la tua posizione, sarai di nuovo un riferimento per il tuo gruppo, sarai di nuovo quello che trascina e guida. Sarai di nuovo il leader.

[1] Pilutti R. Frè R. Comunicare stanca (chi comunica e chi ascolta) note per un contro-manuale del capo, il Segno (2016)

Piero Vigutto

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5 Recent Comments

  • Piero Vigutto
    17 novembre 2016

    Salve Stefano,
    grazie per aver apprezzato così tanto l’articolo. Il lavoro di ricollocamento degli “aged” è molto importante, essi infatti sono depositari di una cultura e di un bagaglio esperienziale importantissimo per le imprese. Rimaniamo volentieri in contatto. Se posso fare qualcosa sono a disposizione.
    Un in bocca al lupo per l’attività.

    Piero Vigutto

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  • Enzo Canzi
    31 dicembre 2016

    bell’articolo. Io ormai sono prossimo alla pensione. Nel mio excursus lavorativo ho fatto qualcosa di simile: ogni 3 o 4 anni in un’azienda, sentivo che stavo “galleggiando” sull’esperienza fatta, e senza particolare impegno facevo il mio lavoro. Mi sentivo però quasi un parassita, e quindi lasciavo quell’azienda per andare in un’altra perché pensavo: se vado in un’altra azienda, porto la mia esperienza in un’altra, così aumento la mia formazione e porto una ventata di novità e l’azienda vecchia, acquisendo un nuovo tecnico, si porta in casa una nuova aria di rinnovamento. peccato che passati i 40 anni sei morto sul mercato del lavoro. adesso aspetto la pensione, senza gloria, senza infamia. Non ho uno stipendio stellare, non ho niente, ma sono solo soddisfatto di me stesso. Forse per tanti sono un fallito, ma non mi reputo tale. Sono contento di avere in qualche modo contribuito al PIL di questo paese, con onestà e dedizione.

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    • Piero Vigutto
      31 dicembre 2016

      Caro Enzo, grazie per la testimonianza. Credo che realizzazione sia essere quello che si voleva diventare e fare quello che piace. Ognuno di noi è diverso e nessuno può essere metro di giudizio o paragone per altri. Comunque sia, personalmente trovo ammirevole il pensiero che soggiace alle scelte che ha intrapreso e che esprime con questo commento. Onestà e dedizione sono sempre un esempio per tutti.

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  • Maria Letizia Russo
    29 dicembre 2017

    Articolo intenso e vero! I più non lavorano per L’autodistruzione e ne siamo tutti consapevoli, fa parte di una cultura del lavoro che ancora non ci appartiene e che presuppone sicurezza in se stessi e nelle proprie capacità tali da non temere mai di essere sostituiti, oppure di credere che essere sostituiti in una delle nostre mansioni ci offre la possibilità di passare ad altro e crescere su altri fronti. In 25 anni di lavoro non ho mai nascosto ciò che so e ho sempre formato chi mi era a fianco proprio nell’ottica di poter poi dedicarmi ad altro nel mio interesse e nel bene aziendale. Ad un certo punto un anno fa ho smesso di bearmi delle mie competenze e capacità e ho ripreso in mano libri e mi sono iscritta a corsi a volte senza capire cosa mi spingeva. Il tuo articolo mi ha illuminato! Ho compreso leggendolo il perché. Devo aver inconsciamente captato che le mie capacità non erano più sufficienti per essere leader in ciò che facevo, che rischiano di non avere più niente da insegnare e trasmettere e così sono ripartita alla grande. Grazie Piero per l’articolo in cui ho trovato la risposta a questo mio Perché.

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    • Piero
      29 dicembre 2017

      Grazie a te Maria Letizia per il prezioso commento. Sono felice che le parole del mio articolo abbiano smosso così profondamente alcune tue consapevolezze.

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