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Prepariamoci ai cambiamenti del futuro cambiando noi stessi

Lavorando con le risorse umane ho spesso a che fare con CV di tutti i generi, di giovani e meno giovani, di esperti e meno esperti. A volte mi viene quindi rivolta la domanda: “Ma qual è il segreto di un buon CV?” non essendoci una risposta univoca, sarcasticamente rispondo:”Essendo un segreto non te lo posso dire”.

Battute a parte, credo che la parte più importante di un buon CV sia, banalmente, quella che suscita l’interesse di chi lo legge. Affermando ciò mi rendo conto molto bene di aver svelato il segreto di Pulcinella. Nell’ovvietà però si nasconde una verità che si chiama Employability.

Prima di focalizzarmi sull’argomento employability, faccio alcune considerazioni. La globalizzazione ha significato non solo mercati in espansione ma anche condivisione di competenze. Sono infatti da tempo sbucati come funghi, siti internet dove per pochi dollari si possono comprare competenze e professionalità provenienti da ogni angolo del pianeta a cui si iscrivono professionisti, più o meno seri, che offrono la propria professionalità sottocosto. Si tratta di uno dei figli della sharing economy, ovvero la sharing knowledge. Non affronteremo qui il discorso sulla qualità della prestazione che meriterebbe un capitolo a parte, quello che mi preme è rispondere ad una domanda:

Se il titolo accademico non è più sufficiente, come faccio per competere nell’era della sharing economy ed aumentare la mia employability?

è quello che porta la formazione. Sviluppo di competenze in primis ma anche di un nuovo modo di essere. Formazione è sinonimo di cambiamento

Quello che porta la formazione: Sviluppo di competenze in primis ma anche di un nuovo modo di essere. Formazione è sinonimo di cambiamento

Rispondo con una serie di considerazioni.

Variabilità lavorativa: La formazione può essere offerta dall’azienda, ma come dice Romano Trabucchi nel suo interessante articolo “L’auto formazione nell’era della conoscenza”, questo pensiero è parte di un pensiero ormai obsoleto. Ormai nessuno lavora per 40 anni nella stessa azienda, come possiamo pensare quindi che quello sia il luogo dove matureremo le competenze che ci faranno aumentare l’employability o, per dirla in italiano, la nostra occupabilità? Transitare da un’esperienza di lavoro ad un’altra era indice di incostanza per i nostri genitori, diventa oggi fisiologico e motivo di ricchezza culturale e professionale. Ricchezza culturale perché come diceva Sant’Agostino “Il mondo è un libro e chi non viaggia ne conosce solo una pagina”. Lo stesso vale per chi vede una sola azienda. Ricchezza professionale perché chi fa esperienze diverse in condizioni e strutture diverse, vede, acquisisce, sperimenta situazioni che ampliano il proprio mind setting arricchendo al contempo se stesso e l’azienda in cui opera. Inutile sottolineare che in un mondo globalizzato, l’esperienza all’estero è fondamentale.

Auto formazione: L’esperienza però non è tutto. In un mondo che cambia dobbiamo cambiare anche noi attraverso la formazione. Da anni ormai si parla di life long learning, come strumento indispensabile per l’occupabilità di un individuo. Mai come oggi lo sviluppo della tecnologia è stato un impulso costante al cambiamento che tutti indicano come lo strumento principale di adattamento ad un mondo del lavoro che muta costantemente. Chi non si forma, si ferma! Come non essere d’accordo? Se sperate di essere salvi perché avete una laurea e un master avete, professionalmente, già un piede nella fossa. Il percorso  scolastico tradizionale non è più sufficiente.

Se vogliamo competere a livello globale è meglio che facciamo qualche considerazione. Se le olimpiadi di Rio ci hanno insegnato qualcosa è che in primis non tutti possono parteciparvi, in secondo luogo che solo i migliori tra i migliori arrivano al podio. Nel mondo del lavoro è la stessa cosa, se vuoi partecipare devi trovare la disciplina che fa per te in cui esprimi al meglio le tue attitudini e se vuoi emergere in una competizione globale, devi correre più e meglio degli altri.

old_timer_structural_worker2Quindi la domanda “come faccio per aumentare la mia employability?” non è la prima che dobbiamo farci. La prima è “Qual è il mio talento?” ovvero cosa so fare più e meglio degli altri? Partiamo da lì per focalizzare le nostre energie su quello che ci appassiona di più, il resto verrà da sé. Una volta che avete capito in quale disciplina volete gareggiare, dovrete seguire un allenamento costante che si chiama formazione. Ho sentito molti dire che: “Non è facile” nessuno ha mai detto che fosse una passeggiata, ma se vuoi il podio, un po’ di sudore lo devi versare. Altri mi hanno detto “Non ci sono percorsi adeguati”. Rimango basito… nel mondo dello sharing knowledge non ci sono percorsi adeguati? Cominciate a guardarvi attorno, che significa anche, ma non solo, guardate on line. Esistono decine di conferenze, webinar, convegni, tutorial, forum, blog di persone che offrono la propria competenza anche gratis. Un bene inestimabile che non aspetta altro che essere utilizzato.

Al dipendente quindi la responsabilità di formarsi e di auto formarsi. Non a caso le aziende stanno cominciando ad applicare politiche di welfare che soddisfino proprio questo tipo di richiesta. Il welfare per la formazione ha poi il grande vantaggio di generare engagement nelle risorse tanto maggiore quanto l’azienda garantirà una cura del talento.

Credo che per rispondere a chi mi chiede il segreto dell’employability, posso concludere con le seguenti considerazioni:

  • La responsabilità della formazione è nelle tue mani;
  • Assumiti la responsabilità di capire quali sono i tuoi obiettivi;
  • Scegli gli strumenti per raggiungerli;

Buon lavoro.

Piero Vigutto

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4 Recent Comments

  • Aurelio Luglio
    19 Gennaio 2017

    Articolo asciutto, logico, contiene buon senso e ottimi consigli pratici.

    Reply
    • Piero Vigutto
      19 Gennaio 2017

      Grazie per l’apprezzamento, Aurelio.
      A presto.
      Piero

      Reply
  • Loredana
    24 Gennaio 2017

    Stavo cercando informazioni per inserirmi in questo settore e ho trovato l’articolo molto interessante e in linea con quello che sto facendo, ossia ampliare autonomamente una formazione teorica che ho già avuto. Ma da 34enne che deve reinserirsi nel mondo del lavoro (e con diversissime esperienze lavorative) pongo una obiezione: vero quello che scrive ma nella realtà dei fatti manca la.disponibilità ad insegnare una professione. O meglio: anche per essere un addetto delle pulizie occorrono almeno 2 anni di esperienza altrimenti “il curriculum non verrà preso nemmeno in considerazione”. Salvo che non sei neo-laureato o neo-diplomato che allora va bene. È difficile inserirsi (o reinserirsi) in un mercato del lavoro che chiude le porte in questo modo. Al di là della buona volontà che ci metti o della formazione o autoformazione che puoi avere. Penso che il tempo mi darà torto e mi dimostrerà che servirà per realizzarsi.

    Reply
    • Piero Vigutto
      25 Gennaio 2017

      Gentilissima, mi sta descrivendo la situazione classica del “va bene, ma manca l’esperienza” a cui si risponde “sì, ma se non me la fate fare l’esperienza non ce l’avrò mai”. E’ abbastanza un classico. Tuttavia ci sono moti modi per inserirsi, ad esempio molti cinquantenni si sono reinseriti grazie a tirocini aziendali pagati poco ma attraverso i quali hanno potuto mostrare il loro valore. So che per qualcuno non è così semplice, ma le strade, ripeto, possono essere molto. Le esigenze personali e le aspettative restringono di molto le possibilità. Credo che la perseveranza possa assieme al tempo mostrare quello che sa fare. Spero di esserle stato d’aiuto anche se capisco che una risposta così semplice non è di certo esaustiva. Se posso essere d’aiuto in altro modo mi faccia sapere. Sono a disposizione. Cordialità. Piero

      Reply

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