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L’anima del business

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Una breve storia versa sulla gestione delle imprese

L'azienda con un'anima guarda ai numeri ma anche al prodotto e alle persone

L’azienda con un’anima guarda ai numeri ma anche al prodotto e alle persone

Un’importante azienda del settore del legno, aveva sempre avuto come mission aziendale il prodotto Made in Italy di alta gamma. I mobili prodotti in serie limitate venivano venduti anche all’estero con grande successo e soddisfazione dell’imprenditore che, a settanta anni, ancora sedeva al timone. Egli aveva creato tutto dal nulla. Figlio di un falegname era stato capace di dare un taglio imprenditoriale prima, ed industriale poi, all’azienda di famiglia, salendo ben presto le scale che lo avevano portato ai salotti buoni dell’industria del nord est. Conosceva i materiali, le macchine, gli operai e i mercati, non avrebbe mai lasciato la sua attività che tanto amava, ma gli anni trascorrevano e la stanchezza si faceva sentire sempre di più.

Un giorno convocò i figli e comunicò loro che avrebbe lasciato la presidenza del consiglio di amministrazione e un sostanzioso premio in denaro, a chi tra i due si sarebbe distinto nella gestione dell’impresa. Non potendo attendere risultati concreti, stabilì che il giudizio lo avrebbe dato sulla base di un business plan che avrebbe dovuto tener conto “dell’anima” dell’azienda prima di tutto. Il tempo limite per presentare le proposte, era fissato in 30 giorni. I figli congedati si misero immediatamente al lavoro, dividendosi tra le incombenze aziendali e la scrittura del documento, si presentarono alla data stabilita di fronte al padre. Entrambi i figli avevano focalizzato l’attenzione sul modello di business già consolidato: il mobile di alta qualità e alta gamma. Il primogenito aveva redatto un accurato documento finanziario che teneva conto dei costi di produzione e prevedeva entro cinque anni la delocalizzazione di alcuni asset aziendali, la produzione all’estero di alcuni componenti e l’assemblaggio degli stessi in Italia, mantenendosi all’interno delle regolamentazioni stabilite dal made in Italy prevedendo un sostanzioso aumento degli utili.

«Molto bene» aveva detto il padre e contemporaneamente aveva invitato l’altro figlio ad esporre il suo piano aziendale.

Il secondogenito, sconfortato dal favorevole giudizio paterno per il lavoro del fratello, aveva proceduto ad esporre le sue idee. Nel suo business plan aveva mantenuto tutti gli asset produttivi in Italia, calcolando il futuro aumento del costo del legno aveva previsto di cambiare fornitori rivolgendosi sempre di più a quelli ecosostenibili, migliorando le linee di montaggio avrebbe aumentato la qualità del lavoro, del prodotto finito e contemporaneamente la qualità de lavoro dei dipendenti e, sempre in linea con la missione dell’azienda, avrebbe introdotto altre piccole e grandi modifiche che modificavano la visione aziendale per i prossimi cinque anni, indicando i nuovi mercati e le strategie di marketing. Tutti interventi che erano stati trattati anche dal fratello maggiore, seppur in maniera e con contenuti diversi. I margini previsti erano, con grande soddisfazione del primogenito, decisamente inferiori.

Al termine dell’esposizione l’anziano proprietario decretò il vincitore. Io non ero presente in quel momento e le reazioni dei due fratelli appartengono alla sfera privata, ma dopo qualche anno vissuto nella delusione il fratello più grande comprese la scelta del padre. Egli non gli aveva lasciato la direzione dell’azienda non perché non lo reputasse meritevole, ma perché il fratello più piccolo aveva davvero mantenuto “l’anima” dell’impresa, ovvero la passione nel lavoro perché, mi disse una volta, «come soleva dire sempre mio padre, il denaro, il successo e la fama, vanno e vengono velocemente, ma se ci metti la passione e il cuore, il lavoro ti ripaga sempre e continuamente».

Piero Vigutto

 

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