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L’incompetenza necessaria

Negli anni ottanta eravamo la quinta potenza economica mondiale e sembravamo proiettati verso un dorato futuro di successo che via via si è arenato, manifestando tutta la fragilità del sistema Italia durante la crisi. Per quale motivo? E’ stata forse colpa della Germania? Della politica di austerità imposta dall’Unione Europea? O forse l’incompetenza della nostra classe politica ed imprenditoriale?

L’incompetenza è per definizione “la carenza o il difetto del potere necessario, da parte di un organo, di svolgere una determinata funzione” (cit.). Nessuno di noi vorrebbe avere a che fare con un incompetente, così ci hanno sempre insegnato, tanto meno se da egli può derivare una decisione che impatta sulle nostra vita. Chi come me vede molte aziende e si raffronta con tutti i livelli, avrà di certo notato un costante diffidenza tra i vari ruoli presenti nell’impresa. La direzione spesso ritiene che i dipendenti non sappiano svolgere al meglio il loro lavoro e lo stesso pensano i dipendenti dei loro manager che vengono dipinti come miopi o inadeguati.

Ad ascoltar le chiacchiere pare che ci sia un’ignoranza diffusa, insomma, a tutti i livelli e in tutti i settori, in barba a Taylor che voleva the right man in the right place, l’uomo giusto al posto giusto. L’essere umano è strano, guarda “la pagliuzza che sta nell’occhio dell’altro e non vede la trave che sta nel suo” come è scritto nei Vangeli, ma senza scomodare divinità e santi, siamo tutti consapevoli che questa incapacità, ignoranza, cattiva organizzazione, ci piace anche un po’ additarla e rimproverarla. Pensateci bene, in quante trasmissioni televisive o articoli di giornale avete sentito parlare di persone competenti? In quante invece di persone incompetenti? Sono certamente di più nel secondo caso e la notizia ha avuto anche un maggiore impatto sull’audience. L’incompetenza fa notizia e rimane nel pensiero delle persone più a lungo, mentre la compentenza no di quella ci si scorda velocemente. Riconoscere il merito non è un’attività diffusa, il “fare la cosa giusta” viene considerato scontato, normale, ovvio quasi banale, mentre sbagliare non è affatto normale, è riprovevole e sanzionabile, anzi spesso chi sbaglia deve pagare, subito e tanto. Ricordiamo molto più facilmente il singolo errore rispetto ai mille successi e quel singolo errore rimane come un marchio persistente, tanto che chi l’ha commesso se ne libera solamente a fronte di sforzi considerevoli. Siamo focalizzati sugli errori degli altri senza accorgerci che anche noi sbagliamo e pure spesso.

Ma l’errore è il male, qualcosa da evitare e da nascondere, quindi non se ne parla, non si dice, non si nomina, tanto che ho visto molti reparti dove il responsabile affermava orgoglioso che “Qui non ci sono problemi” supponendo che fosse sincero, dimenticava di certo che i problemi ci sono sempre e che forse i sottoposti li avevano semplicemente nascosti per non essere redarguiti. Un altro esempio è quello della sicurezza, i piccoli infortuni, il “colpo de mona” che capita a tutti, invece di vederlo come sintomo, come qualcosa di cui parlare affinché non si ripeta, si tiene generalmente nascosto proprio per paura di essere derisi di essere catalogati come “il mona”.

Se è vero che “nessuno nasce imparato” l’incompetenza è parte della nostra vita perché  siamo tutti degli incompetenti finchè non impariamo e impariamo solo con l’esperienza o con lo studio, che però deve trovare applicazione nella realtà quindi diventare esperienza. I piatti – diceva mia nonna – li rompe chi  li lava. Siamo tutti perfetti ed infallibili finchè non ci buttiamo sul campo, non proviamo, non osiamo ma è proprio il coraggio di osare che ci avvicina all’errore e più rilevante è l’incarico, maggiore è il danno che l’errore comporta.

La storia è piena di esempi: Napoleone fu un grande condottiero, ebbe una carriera folgorante che lo portò alle più alte cariche militari e poi a detenere il potere in Francia influenzando il destino di mezza europa. Sbagliò in Russia e anche a Waterloo e lo ricordiamo più per quelle due sconfitte che per le sue grandi vittorie. Abbiamo tutti quanti usato i prodotti di Nokia, Blockbuster, Blackberry, aziende che erano colossi del mercato e che, per scelte poco lungimiranti, sono scomparse o si sono notevolmente ridimensionate. Mi chiedo quindi quanto sia giusto additare il manager pubblico o privato per un singolo errore.

La rabbia è comprensibile, soprattutto quando si tratta dei nostri soldi o del nostro posto di lavoro, ma a posteriori sono tutti bravi ad individuare le migliori strategie. Per giudicare bisogna trovarsi sul “pezzo” davanti ai rischi, ai numeri, alle opzioni e alle condizioni che chi giudica spesso non conosce. Un amico che neppure quarantenne era stato nominato Direttore Generale in una grande aziende, sul pezzo ci si trovò pochi giorni dopo aver avuto il nuovo incarico. Doveva prendere una decisione importante e si confrontò con il suo Amministratore Delegato:

“E se sbaglio?” gli chiese

“Nessuno ha la sfera di cristallo, tu fai del tuo meglio e tra le tante opzioni scegli quella che ti sembra la migliore”

A lui andò bene ma posso solo immaginare la tensione che visse in quei momenti. Personalmente non credo che l’incompetenza sia sempre da biasimare perché la sua consapevolezza diventa necessaria spingendoci a fare meglio, ogni giorno. Credo che sia invece maggiormente riprovevole mascherare l’incompetenza o scaricarla addosso agli altri, quello sì è un vero delitto.

Piero Vigutto

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