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Il paradosso delle macchine che rendono l’uomo più umano

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Il paradosso dei cavalli di Leontief che ho ascoltato recentemente in un convegno e con il quale veniva spiegato l’adattamento degli esseri umani in un contesto lavorativo che cambia velocemente, mi ha affascinato particolarmente. L’economista russo naturalizzato statunitense

Finiremo come i cavalli di Leontief?

analizzò la popolazione di cavalli negli USA del XIX secolo scoprendo che nella seconda metà dell’800 c’erano circa 70 milioni di cavalli a fronte di circa 150 milioni di uomini (cifre non esatte ma che danno il senso della proporzione). I cavalli erano deputati allo svolgimento dei lavori più pesanti, quelli che gli uomini non avrebbero potuto fare da soli: tirare l’aratro, far muovere le macine, spostare tronchi, eccetera. Nel 1960 la popolazione degli uomini era cresciuta di altri 100 milioni mentre quella dei cavalli non contava più di 3 milioni di esemplari.

Che tipo di relazione c’è tra i cavalli di Leontief e il mondo del lavoro? Semplice, disse l’economista, i cavalli del XX secolo erano stati rimpiazzati dal motore a scoppio. La stessa cosa capiterà ai lavoratori che si dedicano a mansioni a scarso contenuto intellettuale e creativo: verranno tutti sostituiti dell’Intelligenza Artificiale (AI). Siamo quindi destinati ad essere sostituiti dalle macchine? Certamente, o meglio, lo saranno quei lavori che possono essere svolti senza l’apporto dell’intelletto umano. E cosa succederà a chi perderà il lavoro? Beh di certo una parte verrà assorbita dalla nuova industria nascente, come accadde ai fabbricanti di ghiaccio che persero il lavoro con l’avvento del frigorifero ma che poi vennero riassorbiti dalle fabbriche di elettrodomestici. Altri invece non troveranno collocazione perché non sapranno adattarsi ad alcuna mansione disponibile.

Il lavoro e le imprese si trasformeranno talmente tanto da essere irriconoscibili ad un viaggiatore del tempo che scegliesse di andare nel futuro, ma questo ipotetico viaggiatore si potrebbe stupire anche del fatto che l’essere umano è diventato ancor più umano. Privato della componente faticosa del lavoro, come i cavalli di Leontief, il lavoratore del futuro si dedicherà a sviluppare le caratteristiche che lo rendono umano come la comunicazione, la relazionalità, l’empatia. Tutte le mansioni e i lavori che richiedono competenze trasversali, le uniche che rendono veramente umano l’uomo, vedranno primeggiare gli esseri umani sulle macchine. L’avvento delle macchine e il loro utilizzo massivo nella sostituzione di manodopera umana, provocherà una riduzione della presenza degli esseri umani relegati, si fa per dire, a svolgere compiti ad alto contenuto intellettuale e creativo. Ma è proprio qui che si annida il paradosso: la deumanizzazione del lavoro, intesa come l’assenza dell’umano nella catena produttiva, farà vivere un nuovo umanesimo inteso come l’esaltazione del valore e della dignità dell’uomo, delle sue caratteristiche, del suo pensiero che renderà l’essere umano ancora più umano.

Un discorso affascinante, un quadro dipinto a tinte pastello che fa venire quasi la “voglia di futuro”. Tuttavia resta tuttavia la necessità di ricollocare le persone che usciranno dal mondo del lavoro e non vi troveranno più collocazione. Per questo fenomeno credo ci siano ricette più valide di altre e nessuna perfetta. Credo che la formazione sia la chiave principale, di tipo tecnico sicuramente ma soprattutto quello rivolto allo sviluppo delle competenze trasversali, fino ad oggi fin troppo tralasciate e trascurate.

Cosa ci insegna il paradosso dei cavalli di Leontief applicato alla robotizzazione dell’azienda? Ci insegna che l’intelligenza artificiale si sviluppa nel contesto adatto e che il robot non fa altro che imitare l’essere umano senza mai raggiungerlo. Ci insegna anche che, come disse l’economista, noi non siamo cavalli e quindi ci adatteremo al mondo che cambia, ma soprattutto ci suggerisce di prepararci ad un cambiamento drastico della società e del concetto di lavoro che ci porterà dall’essere homo economicus a homo economicus sentientis. Il segreto, se ma ce ne dovesse essere uno, non è la resilienza ma essere liquidi che significa avere la capacità di adattarsi al mondo che cambia.

Uno shock non da poco per il nostro viaggiatore del tempo.

Piero Vigutto

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