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Schopenhauer si redime solo alla fine

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“Le donne sono sexus sequior, il secondo sesso, che da ogni punto di vista è inferiore al sesso maschile, perciò bisogna aver riguardi per la debolezza della donna.”

Così parlava Arthur Schopenhauer uno dei maggiori pensatori del XIX secolo. Io sono nato quasi due secoli dopo il filosofo e cresciuto con i modelli degli anni ‘80. A quel tempo c’era il mito dell’uomo forte. Stallone e Schwarzenegger interpretavano personaggi diventati un classico della cinematografia del genere. Uomini “veri” sempre lanciati anima e, soprattutto, corpo verso il raggiungimento del loro obbiettivo che sopportavano fatica, dolore, umiliazioni, ferite ed erano capaci di una forza incredibile che travolgeva tutto e tutti. Alla fine del filmato il bel tenebroso, stile Mel Gibson in “Mad Max”, se ne andava per conto suo oppure, come Stallone in “Cobra” rimaneva unicamente per prendere tra le braccia la bella di turno che gli concedeva un lungo ed appassionato bacio senza poter resistere alla virilità mascolina e solitamente sudata del protagonista.

L’uomo forte, l’uomo che non deve chiedere mai, come diceva una nota pubblicità in cui un forzuto belloccio era rappresentato con una biondona ai suoi piedi irretita dal suo profumo. Noi siamo cresciuti così, con questi riferimenti, tanto che qualunque deviazione da questo stereotipo veniva considerata poco maschile e quindi da eliminare. E le donne? Eteree figure da salvare, ovvio, in attesa del macho. La cinematografia produce ciò che piace al pubblico e se questo modello piaceva al pubblico allora decretava la fine del pensiero del movimento femministra che solo un ventennio prima proponeva di liberare le donne dal giogo maschilista. Forse sto esagerando, sicuramente un’analisi sociale attraverso i modelli di celluloide è estremamente limitata, sta di fatto che il mito dell’uomo forte perdura tutt’ora. Basti guardare l’atteggiamento del presidente di qualche nazione grande o piccola. Per ottenere i voti è bastato loro mostrarsi in pubblico con il mento alto e il petto in fuori, rievocando storiche figure non solo italiche, per essere indicati come i risolutori, coloro che una volta seduti sul più alto scranno hanno il potere di dirimere questioni complicate semplicemente dando ordini perentori alle masse che obbediscono ciecamente o battendo i pugni sulla scrivania così forte da spaventare gli astanti che silenti chinano il capo nella manifestazione del loro assenso. “La pace si ottiene con una potenza di fuoco superiore” diceva Roach uno dei protagonisti della banda di surfisti palestrati che nel film Point Break rapinava le banche. Furono fermati da un aitante, giovane e ovviamente atletico Keanu Reeves a suon di pistolettate e adrenaliniche scene.

Qualche sussulto cinematografico femminile lo abbiamo avuto, però ricordo solamente “Flashdance” con Jennifer Beals che racconta la storia di una saldatrice ballerina che per arrivare dove vuole non accetta compromessi né aiuti maschili e “Una donna in carriera” dove Melanie Griffith interpreta la storia di una segretaria vessata dal suo capo (una donna, interpretata da Sigourney Weaver) che si prende la sua rivincita convincendo un CDA tutto maschile che anche lei (una donna) vale ed ha talento. Negli altri film che mi vengono in mente la donna è madre amorevole, moglie devota, di certo lavora, ma non come un uomo. Se usciamo dal contesto cinematografico vediamo che le cose non sono molto diverse. Da anni si parla del work life balance che possa permettere un giusto rapporto tra lavoro e impegni domestici, quando se ne parla lo si fa declinando i bisogni al femminile perché, ovviamente, l’uomo è forte e non ne ha bisogno. Secondo l’ISTAT sono le donne che rinunciano alla carriera per stare con la famiglia, prima quella che si sono costruite e poi quella d’origine ricevendone in cambio l’assenza totale o parziale dal lavoro e quindi una pensione più bassa di quella dei mariti (vedi statistiche INPS). Riassumendo: la donna, oltre al lavoro, si occupa “solo” della casa, dei figli, del marito, della spesa, delle bollette, va ai colloqui dei figli, li educa in assenza del marito lavoratore, si alza la notte per le poppate, cambia pannolini, controlla i compiti dei figli, li porta a fare sport e l’elenco potrebbe continuare a lungo. L’uomo: va a lavorare.

Ora, siamo sicuri che il mito anni ‘80 rifletta davvero la realtà? Forse riflette i desideri di qualche uomo ma la realtà no. Qualche tempo fa lessi un articolo sulla Grande Guerra in cui oltre alla vita dei soldati in trincea veniva descritta anche quella delle donne che stavano a casa. Mi colpì una frase: “Le donne carniche erano soprannominate “i tre angoli che reggono la casa”, per il coraggio e la dignità con cui badavano alla terra, al bestiame, ai figli e ai mariti in trincea. Erano donne abituate alla fatica”. Al di là dei machismi televisivi non credo che negli ultimi cento anni sia cambiato qualcosa. Chi fatica veramente sono proprio loro e spesso non vengono neppure valorizzate. Caro uomo forte che non deve chiedere mai, ricordati che la donna che hai accanto ogni giorno gioca una partita ben più stancante della tua. Un giorno lo capiremo e di work life balance non sentiremo più parlare perché gli incarichi e i pesi verranno equamente distribuiti tra uomini e donne.

Alla fine però voglio riabilitare anche il vecchio filosofo che disse “Non ho ancora detto la mia ultima parola sulle donne: credo che, se una donna riesce a sottrarsi alla massa, e quindi a sollevarsi al di sopra di essa, è destinata a crescere continuamente, molto più di un uomo.” Caro vecchio Arturo, su questo sono d’accordo con te.

Piero Vigutto

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