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Servire non è sbagliato, soprattutto se sei un team leader

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Che ci sia un fraintendimento sul verbo “servire” forse non è così chiaro, soprattutto nel mondo del lavoro. Purtroppo servire è spesso accomunato ad asservimento ma è tutto tranne questo. Infatti, se ben ci pensiamo, servire è un verbo che incarna una nobiltà poco comune.

Uno degli utilizzi maggiori dei social network è quello riservato alla condivisione dei gattini e dei filmati comici che ci fanno dimenticare che i social sono altro. Ultimamente anche LinkedIn è subissato di post poco attinenti la professione, la professionalità e il mondo del lavoro e questo lo snatura perché dovremmo usarlo per incrociare la strada di altre persone e con loro fare un pezzo del nostro viaggio. Recentemente proprio su LinkedIn ho conosciuto Vincenzo Moretti di Nòva del Sole 24 ore, non ci siamo mai visti ma ci siamo scambiati alcune opinioni a proposito di #lavorobenfatto. Un altro splendido incontro è stato quello con Maurizia Cacciatori, ex capitano della nazionale della pallavolo. Con entrambi ho scambiato alcune opinioni sulla leadership.

In particolare ho disquisito in merito al verbo servire e da quelle discussioni è nata una definizione che è stata riportata sul dizionario del #laovrobenfatto di Moretti.

Servire nel mondo del lavoro ha due significati distinti:
1. Servire a: qualcuno con il significato di “mettersi a disposizione di”. Al lavoro siamo tutti membri dello stesso team, essere a servizio degli altri membri, qualunque sia la posizione ricoperta ma in particolar modo è valido per i team leader, assume il significato di “agevolare” ovvero fare in modo che chi sta a valle del processo possa beneficiare del nostro impegno e del nostro lavoro. Questo presuppone l’ascolto delle altrui necessità;
2. Servire per: raggiungere uno scopo che prende il significato di “essere utile a”. Ogni team ha uno scopo condiviso, se non ce l’ha non è un team. Se i membri non lo condividono l’obiettivo non verrà mai raggiunto. Per fare questo serve lavoro di squadra, ovvero condivisione e comunicazione; servire in un team significa quindi ascoltare e comunicare.
In definitiva in questa accezione servire è un verbo nobile che mai deve essere considerato come il sinonimo di asservimento.

Questa distinzione era emersa già qualche tempo fa durante l’intervista all’AD di un’azienda geograficamente a me molto vicina e mi pareva interessante ripeterlo. Quello che mi ha sorpreso è che un sociologo che scrive per il Sole 24 Ore e l’ex capitano della nazionale di pallavolo attuale consulente aziendale in tema di leadership e team building condividevano lo stesso spirito e lo stesso significato della parola “servire”.

Credo che ormai la via sia stata tracciata, il vecchio modello di leader tutto “io sono io” alla Marchese del Grillo sia fortunatamente tramontata. Già la teoria della blockchain ha dato un colpo durissimo a questo stereotipo ma, anche senza scomodare complesse teorie sociologiche (perché di questo si tratta) applicata alle criptomonete, la nostra società non accetta più un sistema piramidale organizzato come una società patriarcale dove uno comanda e gli altri tacciono o al massimo annuiscono. Questo è ancora più valido se pensiamo che le prossime leve sono i millennials che già stanno esprimendo le loro preferenze in termini di azienda. Credo fermamente che nelle aziende ci voglia un cambio di paradigma che porti il management a prendersi cura delle persone. Nessuno escluso. L’importante è non farsi fermare dalla rigidità di quella zona di confort in cui abbiamo vissuto fino ad ora e che ci porta a pensare che sia troppo faticoso fare le scale quando invece è l’unica via da prendere per far evolvere il gruppo.

Le imprese che si sono prese cura delle loro persone hanno avuto successo e superato la crisi. A volte basta fare un po’ di benchmark spicciolo per capire qual è la strada. Comprendo che per buttare all’aria un modo di pensare vecchio di decenni (secoli forse) per abbracciarne un altro non sia facile ma non è impossibile. Il primo stimolo a farlo dovrebbe essere proprio il fatto che è vecchio di decenni e mal si adatta a quello che è oggi la società e soprattutto il gruppo di lavoro.

Dobbiamo pensare ai leader di domani come ad una generazione che concepisce il lavoro in maniera diversa da come è stato concepito fino ad ora: non più isolazionismo ma condivisione, non più l’uomo forte al centro ma il gruppo come entità centrale, non accentramento ma delega e piramidi sempre più schiacciate. Se è difficile riconsiderare in questi termini il ruolo del leader è bene riflettere che dell’uomo forte hanno bisogno solo i gruppi deboli e che, per forte che sia, non può tirare da solo e a lungo il carretto portando gli altri come passeggeri. Per passare da queste considerazioni alle azioni dobbiamo veder realizzati due passaggi:

  • la consapevolezza da parte del leader che non può tirare il carretto da solo e che deve chiedere aiuto ai passeggeri;
  • la consapevolezza dei passeggeri che il ruolo passivo di spettatori o esecutori non è più un plus ma un impedimento alla realizzazione degli obiettivi aziendali;

Tutti passaggi culturalmente forti per un’organizzazione, e ce ne sarebbero molti altri da fare. Di buono c’è che il tempo è galantuomo, come diceva il mio primo datore di lavoro, e soprattutto dà lo spazio per costruire il futuro. L’importante è rendersi conto che il cambiamento è necessario… e non si può più improvvisare.

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