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Il lavoro si ruba con gli occhi

Quando ero piccolo, credo di essere stato alle elementari, mi approcciai al mondo della falegnameria. Avevo una gran voglia di costruire una zattera così ammucchiai delle assi di legno, presi il martello e il barattolo di conserva di pomodoro formato famiglia che mio nonno aveva lavato per bene e riempito di chiodi rigorosamente usati perché il suo motto era “Non si butta via nulla. Non si sa mai” e mi misi al lavoro.

Il primo chiodo si storse per la martellata assestata malamente, ma non demorsi. Il secondo chiodo lo piantai storto. Il terzo schizzò via e non lo trovai più. Forse mosso a compassione verso il nipote forse divertito dallo zelo che ci mettevo per costruire la rudimentale imbarcazione con cui volevo affrontare le basse e torbide acque della roggia che stava davanti a casa, mio nonno si avvicinò e mi disse “Ti faccio vedere come si fa”. Due martellate e …tac! Il chiodo era dentro, le assi salde e il mio morale più alto. “Hai capito come si fa?” mi disse “Certo!” risposi e alla prima energica martellata mi feci un’unghia nera.

Tra le risate dell’anziano tutore sentii per la prima volta la frase “Il lavoro si ruba con gli occhi” insinuando che ero stato poco attento. Il progenitore mi lasciò con un cerotto e l’invito a continuare e così feci. Ci volle un po’ ma portai a termine il mio lavoro.

Molti anni dopo entrai in azienda come consulente e durante un’ispezione in produzione assistetti ad una scena a dir poco strana: il capo turno stava inserendo i dati nella macchina nascondendo accuratamente il quadrante di programmazione. Indagai sul perché ma nessuno sembrava volermi risposte.

Capii dopo ricordandomi quello che mi aveva detto mio nonno: ero a “scuola di giardinaggio”. Così la chiamo io descrivendo in maniera sarcastica quelli che, per timore che i colleghi gli rubino il lavoro, si coltivano il loro giardinetto privato di conoscenze e competenze e si guardano bene dal condividerle. Negli anni ho scoperto che è una situazione diffusa, un fenomeno ricorrente e trasversale che sembra non appartenere ad una posizione specifica ma a una categoria di persone. Prima di capire cosa accomuna questi personaggi, vediamo quando si riscontra più frequentemente.

La prima condizione l’ho constatata in presenza di una riorganizzazione aziendale o del semplice timore che ce ne sarebbe stata una in un futuro prossimo. La riorganizzazione aziendale porta con sé il timore di una riduzione del personale. Il pensiero di un licenziamento non è affatto banale aggiunge stress alla vita lavorativa. E’ quindi assai comune che i dipendenti che vivono questa condizione si guardino l’un l’altro in cagnesco e cerchino di rendersi indispensabili agli occhi della direzione al fine di aver maggiori possibilità di conservare il posto di lavoro. Un comportamento assai inutile e disperato che non fa bene a nessuno. Lo stesso atteggiamento si riscontra parimenti in presenza della sola percezione del pericolo di un licenziamento collettivo anche se non ci sono prove a sostegno di questo timore. In entrambi i casi siamo in presenza di una scarsa comunicazione interna, un aspetto della vita aziendale ampiamente trascurato ma che è un ottimo strumento di gestione del personale. La comunicazione interna efficace e chiara diminuisce la paura del presente e del futuro aumentando l’engagement del personale evitando questi misunderstanding che complicano ulteriormente le relazioni interpersonali peggiorando il clima interno.

La seconda condizione che costituisce un fertile humus per i giardinieri aziendali è il desiderio di centralità, la smania di essere necessari. Un comportamento che rivela un disagio personale che in una occasione ho visto portare al paradosso: l’addetto alla manutenzione regolava termostati e manopole della caldaia in modo che andasse in blocco proprio il primo giorno delle sue ferie. Essendo l’unico che conosceva il funzionamento dell’impianto veniva regolarmente chiamato a risolvere il problema. Il manutentore rientrava dalle ferie visibilmente contrariato esclamando “Se non ci sono io qua va tutto in malora” e se ne andava con i ringraziamenti della direzione. Inutile dire che tutti erano al corrente della sua strategia ma si guardavano bene dall’intervenire. Del resto i comportamenti patologici non appartengono solo ai dipendenti.

Quelle elencate possono essere tutte espressioni di quella che io chiamo la “Sindrome della cavallina” ovvero il costante timore di essere scavalcati, perché è questo di cui si sta parlando: paura. Paura di essere inutili, di non servire, di essere esclusi da un gruppo, di invecchiare (in termini di competenze), di cedere il passo, di perdere una posizione privilegiata o la propria zona di comfort. Una su tutte la paura di perdere la propria identità, perché il lavoro è importante e il proprio ruolo lo è anche di più. Ci connota, di definisce, ci appartiene e vederlo “usurpato” o consegnato ad altri per qualcuno è comprensibilmente doloroso.

Ma questo tipo di atteggiamento appartiene solo a chi non ha fatto alcune importantissime considerazioni: tu non sei il tuo lavoro e nessuno ti può rubare ciò che sei; il lavoro è fatto di competenze e le competenze non si rubano con gli occhi. Ognuno di noi è artefice del proprio destino e questo significa che lo possiamo creare, plasmare, modificare. Non invecchiare, professionalmente intendo, è una nostra scelta. Vogliamo coltivare la nostra unicità? Facciamo in modo di saperne più degli altri studiando, confrontandoci e imparando ogni giorno, non conservando gelosamente i nostri segreti, ma condividendoli con tutti. Come scrissi in un precedente articolo intitolato “La gelosia della leadership” i veri leader cercano di migliorare se stessi ogni giorno e di allevare altre leader non di creare follower.

A proposito, per chi se lo stesse chiedendo: mio nonno mi lasciò fare per qualche ora poi ritornò sui suoi passi e mi insegnò ad inchiodare correttamente le assi. Io terminai la zattera e quando ci salii sopra, affondò …così poi ho imparato ad andare in barca.

Piero Vigutto

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