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Kamikaze al lavoro fa strage di colleghi

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Un Kamikaze entra al lavoro e fa strage. Succede ogni giorno e pochi ne parlano ma sul finire del 2017 c’è stata una notizia rimbalzata poco e con scarso effetto sui social. Ormai queste notizie non hanno più eco, non interessano e si analizzano più le armi dei Kamikaze al lavoro che la cultura che li porta a fare strage di colleghi. E allora vediamo chi sono questi Kamikaze al lavoro.

E’ entrato e nessuno lo ha visto perché lui arriva sempre prima degli altri e se ne va via per ultimo. Qualcuno dice che non dorma… mai. Di certo non mangia, la pausa pranzo è per i deboli, gli straordinari sono ordinari, l’emergenza continua e se manca lui sono tutti fritti. Il timore è reverenziale, tutti sanno chi è e di lui si parla a bassa voce, vergognandosi di essere così deboli da essere costretti a pranzare o perché la famiglia richiede la tua presenza. Lui è Lui, non servono nomi, quando dici Lui tutti sanno già di chi parli anzi. La leggenda dice che se lo nomini tre volte di seguito l’azienda aumenta il fatturato (per merito suo) ma tu perdi il lavoro. Raccoglie i sorrisi dei manager e fa carriera in poco tempo, in quanto tempo di preciso nessuno lo sa, ma il Kamikaze del lavoro è considerato un semidio e loro, i semidei, non vivono nel nostro mondo e neppure nel nostro tempo, loro il mondo e il tempo lo trascendono così come trascendono l’impresa. Loro sono l’impresa.

L’impresa ecco sì lei, ci vorrebbe tutti così: pronti a tutto, al massimo sacrificio… tutti Kamikaze al lavoro perché il lavoro viene prima di tutto, il resto non conta. Al diavolo la famiglia, gli amici, una vita sociale… che te ne fai? Il Kamikaze al lavoro ha già una vita, al lavoro è conosciuto da tutti. Fuori dall’azienda non si vede mai perché è persona retta e onesta e gli amici lui li chiama “colleghi” fino a quando non se ne vanno dall’azienda poi non li chiama proprio, non ha tempo Lui. Niente divertimenti, quelli sono per i bambini. I figli? Ci pensa la mogli. Lui però fa il suo dovere perché il Kamikaze al lavoro guadagna e guadagna bene, si vede dalle cose che possiede ad esempio dalla casa, dove non c’è mai perché il Kamikaze è al lavoro, oppure dalla macchina che è sempre parcheggiata fuori dall’azienda, e dai vestiti che indossa… quando accoglie o visita clienti e fornitori.

I Kamikaze sono giapponesi, lo sanno tutti e proprio dal Giappone arriva il drone che manda a casa i dipendenti che lavorano troppo. Mi ha incuriosito la notizia di fine 2017 sul robot che tira le orecchie al dipendente stacanovista: lavori troppo, vai a casa! Il rischio è di morire di lavoro in un Paese dove la dedizione all’azienda arriva al paradosso, e non è solo un caso orientale. Fu del 20 agosto 2013 la notizia di uno stagista tedesco di Bank of America morto a Londra dopo aver lavorato per 72 ore di fila senza dormire. Germania, Inghilterra, USA, i Paesi che spesso vengono citati come esempi virtuosi che in questi casi mostrano la loro dark side of the moon ma purtroppo non quella dei Pink Floyd. Nell’articolo lessi che per i tirocinanti era normale lavorare 14 ore al giorno. “Morire di lavoro – diceva l’articolo – espone le imprese a cause legali milionarie” come dire “non morire che mi costi”. Pazzesco!

Sia chiaro, non mi stupisce che qualcuno si sia inventato il drone “responsabilizzatore” perché ha semplicemente intercettato una nicchia di mercato. Quello che mi stupisce è che ci sia una nicchia di mercato da intercettare.

Questa notizia, a mio avviso, mette in luce il lato oscuro della cultura del lavoro che pone la produzione davanti alla vita. Una cultura malata che dipinge come eroi quelli che sono sempre al lavoro, per i quali la produzione (non la produttività, che è ben altro) viene prima di ogni altra cosa, anche di se stessi. La cultura del Kamikaze al lavoro non avvantaggia l’azienda perché fa strage di colleghi che non essendo valutati all’altezza del Kamikaze al lavoro vengono ripresi e giudicati manchevoli con ovvie frustrazioni personali che di certo non fanno bene né al dipendente né all’azienda. Fa strage di colleghi che scelgono di non abbracciare questa cultura e di andarsene non per nascondersi da vergognosi traditori nelle foreste tropicali ma per esprimere il loro potenziale altrove. Fa strage di colleghi perché la cultura dello spremere i dipendenti ad ogni costo non premia mai sul lungo periodo, neanche il Kamikaze.

Se non mi credete pensate a questo: ogni cultura è contagiosa soprattutto quella malata. Essa infatti spinge gli altri ad emulare il sacrificio di sé, senza pensare alle conseguenze sociali, familiari, fisiche personali. I primi a scegliere di morire di lavoro e ad essere esaltati per questo erano i proprio i piloti Kamikaze giapponesi della seconda guerra mondiale, la cui strategia bellica non ha portato grandi benefici né per sé stessi né per il loro Paese.

Piero Vigutto

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