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Cosa guadagniamo (o perdiamo) dalla globalizzazione

la protezione dei propri mercati è una scelta che sul lungo periodo non premia. Gli investimenti in competenze sono sempre i più remunerativi per le aziende

Fino al 1989 il mercato era formalmente diviso in due grandi blocchi: il mercato occidentale e l’economia dell’Unione Sovietica. Pur coinvolgendo decine di Paesi, i due blocchi si rapportavano tra di loro come mercati sostanzialmente chiusi. Entrambi applicavano strumenti protezionistici, più ideologici che mercantili, per proteggere le proprie attività economiche. Il protezionismo ha, in un primo momento, conseguenze positive:

  1. Non ci sono competitors formali: l’economia locale protetta si può sviluppare senza temere azioni perturbatrici esterne;
  2. La produzione viene ceduta ad un mercato interno, quindi completamente assorbita;
  3. L’equilibrio tra domanda ed offerta viene presto trovato;
  4. Protegge un’industria nascente o un settore in crisi;
  5. Vanifica il fenomeno del dumping[1];

Purtroppo, se sul breve periodo il mercato nazionale può beneficiare del protezionismo, sul lungo periodo è proprio quello che crea maggiori svantaggi[2]:

  1. Non ci sono competitors formali: per questo motivo le aziende non hanno necessità di investire in R&D;
  2. La produzione viene ceduta ad un mercato interno: non avendo competitors si concretizza il rischio che le aziende formino un cartello che penalizza il consumatore;
  3. L’equilibrio tra domanda ed offerta viene presto trovato: è il caso dell’oligopolio che massimizza il rendimento delle aziende a discapito del consumatore che non ha altre alternative se non acquistare l’unico prodotto presente sul mercato;
  4. Protegge un’industria nascente o un settore in crisi: sempre sul breve periodo, a lungo andare le economie o i settori protetti si troveranno a richiedere continuamente l’intervento protezionistico statale. Le aziende che beneficiano del protezionismo statale non investono in R&D, perché il loro prodotto verrà acquistato comunque;

Il mercato chiuso non prevede R&D, investimenti, evoluzione, adattamento. Al termine della Guerra Fredda, quando si aprirono le frontiere, decenni di protezionismo economico si fecero pesantemente sentire, prima nei Paesi dell’ex blocco Sovietico a causa dell’arretratezza dei macchinari e delle infrastrutture, poi in quelli occidentali, che videro l’esternalizzazione della produzione in Paesi in cui la manodopera costava molto di meno. Le conseguenze le abbiamo provate tutti sulla nostra pelle. Basta fare un giro nei vari distretti industriali per vedere capannoni vuoti, vestigia di un passato produttivo che è ormai in parte scomparso.

Per recuperare quanto abbiamo perso dobbiamo quindi ritornare alla vecchia divisione in blocchi distinti? Certo che no! Se c’è qualcosa che la globalizzazione ci ha insegnato è proprio questo: la competizione, e non il protezionismo, portano allo sviluppo delle imprese. Questa è una sfida che dobbiamo accettare e non combattere.

Per affrontare questa sfida, fondamentale è anche la logica di produzione. Dagli anni novanta abbiamo vissuto la demonizzazione della delocalizzazione di unità produttive, come se queste azioni portassero ad un impoverimento del nostro territorio. È vero, le aziende chiudevano in Italia per aprire all’estero, come conseguenza i dipendenti stavano a casa e le organizzazioni sindacali li portavano in piazza per combattere battaglie che non potevano essere vinte: nessuno sarebbe ritornato dall’estero impaurito dal gran vociare di piazza che si faceva in patria. Le considerazioni che venivano fatte, pur essendo giustissime, partivano da presupposti errati. La questione non è delocalizzare l’azienda ma la capacità dell’impresa di reinventarsi e aggiornarsi per essere pronta e competitiva in un mercato che sempre di più sarà mutevole e sempre meno garantista.

operaioL’azienda non deve rimanere per forza sul territorio italiano, magari sovvenzionata da incentivi pubblici per garantire la conservazione dei posti di lavoro, non è questo il suo scopo. Lo scopo di un’impresa è quello di competere sul mercato adattandosi alle richieste che da esso provengono. La delocalizzazione della produzione è un naturale fenomeno economico che risponde alle esigenze di adattamento che il mercato richiede. I Paesi come il nostro non possono competere sul piano del costo del lavoro, ma possono competere attraverso qualità, design, R&D.

Non sono rari gli esempi di aziende che hanno scelto di delocalizzare la produzione ma di tenere il “cervello” in Italia. La risposta alla globalizzazione non è il protezionismo, né impedire che i cervelli fuggano, i cervelli devono fuggire per fare nuove esperienze e maturare in ambienti doversi. Quello che bisogna garantire è un ambiente fertile funzionale allo sviluppo di nuove idee affinché i cervelli abbiano tutto l’interesse a tornare. Quello che serve è un progetto aziendale, ma anche un progetto nazionale di richiamo. Utopia? Spero di no.

Piero Vigutto

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[1] Il dumping è uno strumento che viene adottato da alcune imprese e che prevede di inondare il mercato, per un certo periodo di tempo, con un prodotto ad un prezzo estremamente competitivo, spesso al di sotto del suo effettivo costo di produzione. In questo modo il consumatore sarà orientato all’acquisto sfavorendo i prodotti proposti dai competitors che, a causa dei guadagni ridotti, lasceranno libera una fetta di mercato occupata dal prodotto in dumping. Una volta priva dei competitors l’impresa che applica il dumping alzerà il prezzo di vendita del prodotto e diventando quindi l’unico fornitore.

[2] Wolf M. (2006) Perché la globalizzazione funziona, Bologna, Il Mulino

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